Città in movimento

CITTÀ IN MOVIMENTO

Una delle frasi che meglio ricordo del primo libro che ho pubblicato, il saggio Letteratura del fantastico. I giardini di Lorien (Spazio Tre, 2004), è quella in cui, parlando delle sensazioni che dà il camminare attraverso Firenze, dicevo che è una città che va vissuta “in movimento”. Quello che intendevo era che, forse per la sua bellezza artistica, contemplarla stando fermo mi risultava (e in effetti mi risulta ancora) difficile, magari perché può innescarsi la sindrome di Stendhal, per cui è meglio non guardarla dritta negli occhi – neanche fosse la Gorgone! -, oppure perché, come una bellissima donna o una splendida statua, vuoi gustarla a trecentosessanta gradi, girandole intorno per cogliere ogni aspetto del suo splendore.

Città
Veduta del Ponte Vecchio dal Ponte alle Grazie (foto mia, scattata camminando)

Be’, oggi, dopo quasi vent’anni di scrittura narrativa largamente imperniata sul tema della città – tanto che la studiosa polacca Karolina Kopańska sta lavorando a una tesi di dottorato su questi argomenti, con focus specifico sui miei libri, presso l’Università di Danzica -, posso dire che c’è dell’altro. Il motivo per cui sento Firenze e tutte le città dei miei libri camminandoci attraverso e concedendomi solo brevi soste contemplative, non è soltanto di natura estetica, ma presenta numerose sfaccettature, che hanno a che fare con le dinamiche interiori dei miei personaggi e con le loro risonanze cosmiche.

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Passaggi di stato

PASSAGGI DI STATO

In questi giorni, “complice” la concomitanza del quarantennale della finale dei Mondiali di Spagna ’82, mi sono trovato a ripensare alla figura di mio padre, che in quell’occasione, dopo il deludente primo turno del Campionato del Mondo, che aveva visto l’Italia qualificarsi per il rotto della cuffia, previde non solo che avrebbe vinto la competizione, ma avrebbe battuto in finale la Germania.

Passaggi di stato

Mio padre era un uomo forte, genuino e simpatico. Aveva i suoi difetti, come tutti e come me per primo , ma un’onestà e una nobiltà di cuore che oggi è merce rarissima. L’amico Professor Giuseppe Panella, che è venuto a mancare un anno dopo di lui, l’aveva conosciuto in occasione della presentazione di un mio libro, e quando morì, nel marzo 2018, lo definì “una lama diritta”.

Tra le cose che mi ha lasciato in eredità c’è la sua specialissima sensitività. Non era certo un medium, né lo sono io, ma aveva la capacità di intuire cose al di là del velo dell’apparenza. Di lavoro aveva fatto il geometra libero professionista, consulente tecnico del Tribunale e anche progettista. Tuttavia amava dipingere e leggere, e apprezzava la buona musica. Questa sensibilità estetica è forse il terreno che, insieme all’amore per le Lettere di mia madre, più mi ha predisposto a diventare uno scrittore e un linguista.

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Traduzione, lingue e suono

TRADUZIONE, LINGUE E SUONO

I rinterzi degli eventi non finiscono mai di stupire. L’altra sera sono ricascato – col godurioso relax che segue una giornata di scrittura, studio e cammino – su I laureati, primo film di Leonardo Pieraccioni; per la precisione, sulla scena in cui, di notte, i quattro eterni studenti “fancazzisti” si ritrovano in cucina e decidono che è giunto il momento di smetterla di perdere tempo e iniziare a vivere sul serio. In sottofondo c’è un assolo di chitarra acustica che ben sottolinea il senso di indolente rimpianto della situazione, e ti rendi conto che, anche se sono passati ventisette anni dall’uscita di quella pellicola e quei giovani attori hanno ormai i capelli grigi (o li hanno persi), quel momento è come se fosse adesso. E il merito di ciò è in gran parte delle note di quel pezzo e dell’intenzione e degli accenti con cui viene eseguito.

Traduzione
Una scena da “I laureati” (foto di pubblico dominio, da Wikipedia)

A seguire, mi sono nuovamente imbattuto in un bellissimo documentario sul percorso artistico della grande cantautrice canadese Joni Michell, che, spiega, si è sempre meravigliata di sentirsi dire che i suoi accordi erano “strani” – lei è famosa per l’originalità delle sue progressioni armoniche -, perché ogni singolo accordo ha un senso così com’è, in quanto serve a veicolare un’emozione specifica. Ancora una volta, dunque, quello che fa la differenza è il suono.

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Luce interiore e tempi difficili

LUCE INTERIORE E TEMPI DIFFICILI

Luce interiore
Danzica (foto di Giovanni Agnoloni)

Oggi ho avuto un secondo, piacevolissimo incontro via Skype con gli studenti di Italianistica dell’Università di Danzica, condotto dall’ottima Professoressa Dorota Karwacka-Pastor.

Incredibile la profondità e il grado d’interesse (che si percepisce dalla qualità delle domande) delle ragazze e dei ragazzi, che tra l’altro hanno anche già ordinato i miei libri nel corso della chiacchierata!


Un aspetto su cui mi hanno fatto riflettere è l’importanza della luce interiore. Mi hanno chiesto se nei miei romanzi (soprattutto quelli distopici) ci sia della speranza, o se la cornice negativa prevalga. Io ho risposto che naturalmente è presente, sì, ma nasce sempre dal confronto con il contorno (anche) negativo. La speranza è dentro di noi, e c’è sempre, come dice Aragorn ne Le due torri di Tolkien.

Dobbiamo coltivarla orientando sempre il nostro pensiero a cose alte e belle, e tenerla viva e prendercene cura come del nostro combustibile più importante, al tempo stesso approfondendo la consapevolezza di chi siamo e cosa desideriamo, la nostra vocazione, che va coltivata incessantemente.
Dobbiamo sì prendere coscienza delle bugie e degli abusi del potere (ogni riferimento alla situazione attuale è “puramente casuale”) ma ripartire ogni volta da dentro riportando cuore e mente a questo centro luminoso. Altrimenti diventiamo noi stessi parte e concausa del problema. Chi coltiva pensieri negativi crea cose negative.


La rinascita del mondo parte dalla rinascita della singola persona, e dalla sua risonanze con altre anime rigenerate.