PRIMA DELLA PRIMA
Come diceva il grande Gigi Proietti, “Ci sono dei momenti nella vita… ma certi momenti…”. Ecco, quello del “Prima della prima” è uno di questi. Eccitazione unita a una sottile preoccupazione, che poi sono entrambe determinanti per far bene -sempre Proietti ricordava ai giovani attori suoi allievi che, casomai non avessero avuto paura del palcoscenico, avrebbero fatto bene a farsela venire, perché (vado a memoria) al pubblico si dà del lei, non del tu.
Ora, io di solito con le persone preferisco il “tu”, ma è un “tu” che somiglia molto allo “you” inglese, perché non sottintende una familiarità tale da travalicare il rispetto. Ed è un po’ con questo spirito che vivo il mio prima della prima, dato che, detto alla fiorentina, siamo “alle porte coi sassi”, cioè a un passo dall’uscita del mio nuovo libro di viaggio.
“Prima della prima” significa inoltre che sto co-organizzando i primi eventi letterari in giro per l’Italia (e fuori), e anche che questo lavoro(ne) deve conciliarsi col resto delle mie attività di scrittore e traduttore letterario – sto traducendo dei libri impegnativi dallo svedese e dallo spagnolo, e tra un po’ inizierò anche a tradurre un romanzo italiano in inglese, e intanto sto elaborando altri miei progetti di narrativa e saggistica. In situazioni del genere, ovviamente, bisogna trovare la famosa “quadra”. Anche per questo sono indietro, come sempre, con letture e recensioni, ma a breve mi rimetterò in pari.
C’è poi un altro aspetto del prima della prima sul quale mi è venuto spontaneo riflettere in questi giorni, partendo da un eccellente spunto dell’amica polacca (e ottima conoscitrice della lingua italiana) Justyna, con cui faccio spesso dei tandem linguistici molto interessanti. Ovvero, come una volta ebbe a dichiarare anche lo scrittore irlandese Joseph O’Connor, gli scrittori (e forse, mi permetto di chiosare, ancor più i traduttori, quindi a maggior ragione gli scrittori-traduttori!) passano gran parte del loro tempo da soli (anche se non “soli”) a lavorare intensamente; perciò poi arriva il momento in cui hanno davvero bisogno di immergersi tra la gente e “ricaricarsi” delle sensazioni scaturenti dal contatto umano e dagli scambi di idee, che arricchiscono e danno ulteriori spunti utili a elaborare nuovi progetti di scrittura.
Insomma, è un po’ il discorso – in cui mi sono imbattuto nella mia attuale traduzione dallo spagnolo – del grande scrittore di viaggio Bruce Chatwin in Anatomia dell’irrequietezza:
«Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono. L’uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, di essere tormentato da allucinazioni e introspezione.»
(Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, trad. F. Salvatorelli, Adelphi, Milano, 1996, 2012, p. 121)
Ovviamente, questo non è un rifiuto della dimensione del sapere star bene da soli, sulla cui importanza mi sono soffermato spesso, ma solo un invito all’equilibrio, perché tutto è relazione, e non siamo nati né per cercare spasmodicamente i “bagni di folla”, né per isolarci dal mondo.
Nei prossimi giorni inizierò a darvi notizie sul lancio di stampa e l’uscita del libro, e ovviamente sulle prime occasioni di presentazione e incontro con i lettori e gli amanti del viaggio e del cammino. Anzi, la prima che seguirà a questo “prima della prima” sarà la prima (perdonate la ridondanza) tappa di un cammino, un’autentica esperienza on the road che costituirà lo spirito della condivisione con voi del mio nuovo lavoro.
Ecco perché la mia foto che qui trovate ritrae il giardinetto dietro casa mia. Perché ogni viaggio, ogni cammino, inizia necessariamente dal luogo in cui viviamo. Per portarci chissà dove, e ogni tanto riportarci anche lì.