Viaggiare per promuovere libri, cultura e libertà

VIAGGIARE PER PROMUOVERE LIBRI, CULTURA E LIBERTÀ

Alcuni degli eventi di maggior successo di pubblico legati a Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore), finora, sono testimoniati dalle foto che allego qui.

Viaggiare 1

Questo, per dire (anche in risposta alle recenti polemiche sul tema) che il lavoro, pur costoso in termini economici e di energie, di promozione di un libro alla fine rende, perché innesca un circuito di parole e di comune sentire attorno ai temi trattati nell’opera, che porta avanti la condivisione culturale e l’attività di chi scrive professionalmente.

Viaggiare 2

Chi svolge questa attività lo deve riconoscere, perché oggi la Rete non basta, e gli stessi giovani (mi è stato confermato) si stanno stancando della tecnologia e desiderano (almeno, quelli non lobotomizzati) imbeversi di contenuti autenticamente culturali (e in quell'”autenticamente” riconosco una decisiva sfumatura di libertà-anarchia rispetto al pensiero unico dominante).

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Esplorazione di (nuove) terre

ESPLORAZIONE DI (NUOVE) TERRE

Ultimamente sono stato (e in effetti sono ancora) sommerso dal lavoro e ho trascurato questo blog. Ieri però, durante il tandem linguistico italo-portoghese settimanale con l’amico Braz di Belo Horizonte, è stato proprio lui a darmi l’idea per un nuovo articolo. “Che differenza c’è”, mi ha chiesto, “tra il piacere dello scrivere e quello del promuovere un libro?”.

Ottima domanda, alla quale ho istintivamente aggiunto un terzo termine di raffronto, inerente al piacere del tradurre. Per di più, è una domanda attualissima, perché tra non molto uscirà il mio nuovo libro sul viaggiare, e nei prossimi mesi saranno edite tre mie importanti traduzioni strettamente legate a luoghi molto diversi tra loro, e di tutte queste pubblicazioni andrò a parlare in giro.

Esplorazione
Uno scorcio del Chianti, dove andrò a promuovere il mio nuovo libro (foto mia)

Sempre l’istinto, per rispondere a Braz, mi ha portato a focalizzarmi sulla parola esplorazione. Sì, perché mi è venuto subito da osservare che scrivere un libro è come esplorare una terra sconosciuta (non sai mai cosa puoi trovare, e procedi seguendo una bussola interiore, ma fondamentalmente “senza mappa”); tradurlo, invece, è esplorare una terra, sì, ma con una vecchia cartina da verificare e aggiornare; promuoverlo, infine, è entrarci, in quella mappa, con tutti i sensi, la mente e lo spirito.

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Silenzio utile

SILENZIO UTILE

Spesso la vita di uno scrittore – o di qualunque specie del genere “artista” (fin troppo strombazzato e smielato) – è fatta di attese e silenzi. Attese di pubblicazioni, presentazioni, festival, fiere del libro, residenze letterarie e altre simili occasioni in cui far conoscere il proprio lavoro e anche fare incontri interessanti dal punto di vista delle amicizie e così via, visto che gran parte del tempo la trascorre da solo a scrivere, comporre, leggere, studiare e attività simili. E senza rammaricarsene, perché è la sua strada e la sua vocazione.

Ma… c’è un però. Le attese – umane, perché è indubbiamente piacevole lanciare un nuovo libro, incontrare lettori e viaggiare – non possono costituire l’essenza della vita quotidiana. Di qualunque vita, anche di chi fa un lavoro non di tipo artistico. Non si può vivere costantemente in attesa di qualcosa, che sia l’amore, la realizzazione personale, momenti divertenti e così via. Altrimenti l’esistenza diventa veramente come la definiva Leonardo Pieraccioni ne I laureati (film che ho già avuto modo di ricordare), quando riporta la frase, che cito più o meno a memoria, per cui nella vita i giorni veramente importanti sono due o tre, e il resto “fa volume”. Sarebbe – per parafrasare stavolta Jodie Foster in Contact, non “uno spreco di spazio” (da lei riferito all’universo se non ci fossero altri esseri viventi e intelligenti come la specie umana), ma senza dubbio “uno spreco di tempo”.

Silenzio utile
Un mio scatto crepuscolare sul Lungarno di Firenze

Il punto è rendersi conto che, più che le attese fastidiose, nella misura in cui non sempre portano subito ciò che ci si aspetta o che si spera, conta il silenzio utile. Mi spiego meglio: ci viene detto che, per curare la “nostra immagine” (sic!), dovremmo postare sempre nuovi contenuti sui social media, insomma “risurtare”, per dirla in romanesco. Così s’ingenera l’attesa del Like, del commento favorevole, della conferma che “siamo del giro”, che “contiamo qualcosa”. Ne risulta (stavolta con la “L”) un senso di superficiale appagamento che di solito si dilegua dopo qualche ora, se non dopo qualche minuto.

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Giovanni Agnoloni
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