Silenzio utile

SILENZIO UTILE

Spesso la vita di uno scrittore – o di qualunque specie del genere “artista” (fin troppo strombazzato e smielato) – è fatta di attese e silenzi. Attese di pubblicazioni, presentazioni, festival, fiere del libro, residenze letterarie e altre simili occasioni in cui far conoscere il proprio lavoro e anche fare incontri interessanti dal punto di vista delle amicizie e così via, visto che gran parte del tempo la trascorre da solo a scrivere, comporre, leggere, studiare e attività simili. E senza rammaricarsene, perché è la sua strada e la sua vocazione.

Ma… c’è un però. Le attese – umane, perché è indubbiamente piacevole lanciare un nuovo libro, incontrare lettori e viaggiare – non possono costituire l’essenza della vita quotidiana. Di qualunque vita, anche di chi fa un lavoro non di tipo artistico. Non si può vivere costantemente in attesa di qualcosa, che sia l’amore, la realizzazione personale, momenti divertenti e così via. Altrimenti l’esistenza diventa veramente come la definiva Leonardo Pieraccioni ne I laureati (film che ho già avuto modo di ricordare), quando riporta la frase, che cito più o meno a memoria, per cui nella vita i giorni veramente importanti sono due o tre, e il resto “fa volume”. Sarebbe – per parafrasare stavolta Jodie Foster in Contact, non “uno spreco di spazio” (da lei riferito all’universo se non ci fossero altri esseri viventi e intelligenti come la specie umana), ma senza dubbio “uno spreco di tempo”.

Silenzio utile
Un mio scatto crepuscolare sul Lungarno di Firenze

Il punto è rendersi conto che, più che le attese fastidiose, nella misura in cui non sempre portano subito ciò che ci si aspetta o che si spera, conta il silenzio utile. Mi spiego meglio: ci viene detto che, per curare la “nostra immagine” (sic!), dovremmo postare sempre nuovi contenuti sui social media, insomma “risurtare”, per dirla in romanesco. Così s’ingenera l’attesa del Like, del commento favorevole, della conferma che “siamo del giro”, che “contiamo qualcosa”. Ne risulta (stavolta con la “L”) un senso di superficiale appagamento che di solito si dilegua dopo qualche ora, se non dopo qualche minuto.

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Traduzione, lingue e suono

TRADUZIONE, LINGUE E SUONO

I rinterzi degli eventi non finiscono mai di stupire. L’altra sera sono ricascato – col godurioso relax che segue una giornata di scrittura, studio e cammino – su I laureati, primo film di Leonardo Pieraccioni; per la precisione, sulla scena in cui, di notte, i quattro eterni studenti “fancazzisti” si ritrovano in cucina e decidono che è giunto il momento di smetterla di perdere tempo e iniziare a vivere sul serio. In sottofondo c’è un assolo di chitarra acustica che ben sottolinea il senso di indolente rimpianto della situazione, e ti rendi conto che, anche se sono passati ventisette anni dall’uscita di quella pellicola e quei giovani attori hanno ormai i capelli grigi (o li hanno persi), quel momento è come se fosse adesso. E il merito di ciò è in gran parte delle note di quel pezzo e dell’intenzione e degli accenti con cui viene eseguito.

Traduzione
Una scena da “I laureati” (foto di pubblico dominio, da Wikipedia)

A seguire, mi sono nuovamente imbattuto in un bellissimo documentario sul percorso artistico della grande cantautrice canadese Joni Michell, che, spiega, si è sempre meravigliata di sentirsi dire che i suoi accordi erano “strani” – lei è famosa per l’originalità delle sue progressioni armoniche -, perché ogni singolo accordo ha un senso così com’è, in quanto serve a veicolare un’emozione specifica. Ancora una volta, dunque, quello che fa la differenza è il suono.

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Giovanni Agnoloni
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