Interessante scambio di idee tra tologia, filosofia e fisica quantistica con Marco, un lettore del blog La Poesia e lo Spirito prendendo spunto da un mio vecchio articolo sul mio primo pellegrinaggio a Medjugorje del 2012 (v. qui e qui).
Lo riporto perché scende al cuore delle mie attuali ricerche (oltre che degli stessi contenuti del mio libro Le rivelazioni dei vlaggio (Ediciclo Editore), e anche della prossima conferenza su Tolkien. Light and Shadow – Tolkien. La Luce e l’Ombra (volume bilingue da me curato e tradotto per Kipple Officina Libraria) che si terrà il 4 febbraio alle ore 18 presso il centro culturale”Itaca” dell’amico autore e giornalista Paolo Ciampi (Via di San Domenico 22, Firenze) insieme al Prof. Lorenzo Tanzini e all’editore e scrittore Lukha B. Kremo.
(Ricordo sempre che l’illustrazione di copertina è di mio padre Giorgio Agnoloni)
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Marco:
Ho letto questo reportage con interesse e rispetto, perché restituisce bene la dimensione del viaggio, del corpo, della fatica e delle risonanze interiori che Medjugorje suscita anche in chi vi si accosta “fuori dagli schemi”. Proprio per questo, però, credo sia utile aggiungere una precisazione, non in senso polemico, ma di chiarimento.
Nell’avvicinarmi al 2025, sto iniziando a pensare alla promozione del mio nuovo libro, in uscita con Ediciclo a fine febbraio. Per adesso, anticipo soltanto che riguarderà il tema del viaggio, e posso preannunciare che la prima presentazione sarà il 5 marzo presso la residenza letteraria fiorentina Itaca, con lo scrittore e giornalista Paolo Ciampi, che dirige lo stesso centro culturale.
Ci torneremo sopra con dovizia di particolari. La cosa che invece desidero condividere con voi fin da ora più nel dettaglio, e con grande gratitudine verso lo scrittore e docente universitario Emanuele Pettener, è che sono stato invitato da lui e da sua moglie Ilaria Serra, anche lei professoressa d’Italiano (e Studi Comparativi), presso la Florida Atlantic University (la cui sede è a Boca Ratón), tra il 24 e il 31 marzo, per varie giornate di incontri con gli studenti e la comunità italiana (e italofona) locale. Questi appuntamenti saranno imperniati sul mio lavoro e la mia produzione di scrittore e traduttore, che considero da sempre un’unica attività, impegnandomi a svolgerla appunto per gettare ponti tra mondi (artistici, geografici, culturali e politici) che alcuni vorrebbero ostinarsi a vedere divisi.
Boca Ratón in una foto di Don Ramey Logan (che ho trovato su Wikipedia) dal titolo “Boca Raton Florida Sunset” (da Wikimedia Commons, Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0)
Sarà la mia terza trasferta negli Stati Uniti, dopo gli appuntamenti del 2018 a New York e quelli della primavera 2009 tra Maryland, Pennsylvania e South Carolina (viaggiando lungo lungo la East Coast in compagnia di colei che, dall’autunno di quell’anno, non ha mai smesso di mancarmi, ma in altro modo c’è sempre). E, in sostanza, questi nuovi incontri rappresenteranno il proseguimento e l’approfondimento delle riflessioni svolte nel corso degli ultimi diciotto mesi sul temaGli orizzonti del viaggio e delle lingue, un evento che ho portato in giro per l’Italia e anche in Svezia, Polonia e Repubblica Ceca.
La parola-chiave, come dicevo, è gettare ponti. Ci ho riflettuto molto negli ultimi tempi (e sono tornato a farlo nei giorni scorsi), in relazione tanto alla stesura del mio saggio narrativo Voci oltre il buio quanto a quella (precedentemente conclusa) del mio romanzo, pure inedito, La via dell’altrove, che sia per i temi affrontati, sia per i luoghi in cui è stato scritto (in primis l’Ungheria), ben s’intona con l’idea di qualcosa che, come un ponte, si stende tra culture e mondi diversi. Senza parlare delle traduzioni in corso e in arrivo, che alimenteranno ulteriormente questo flusso multilingue e multiculturale.
Nel mio nuovo saggio narrativo Voci oltre il buio, che ho completato da poco (e che ovviamente è ancora inedito) ho iniziato la mia riflessione partendo dalla difficoltà e spesso dalla pesantezza delle mie notti. No, non sono (più) insonne, per lo meno non nel senso letterale e assoluto del termine. Di notte (oggi) dormo, e spesso anche bene, se non ho sogni troppo agitati o vividi (e vi assicuro che a volte sono dei veri film, tanto che diversi li ho perfino riutilizzati in chiave narrativa nei miei libri, per esempio in Internet. Cronache della fine).
Uno scorcio notturno di Budapest (mia foto del 2023)
Il punto è che per me è molto difficile andare a dormire, e poi addormentarmi, quando a una certa ora iniziano ad arrivarmi idee e intuizioni l’una dopo l’altra, concatenate tra loro così da formare sequenze che aprono scenari su scenari. E questi scenari riguardano tanto ciò a cui sto lavorando (romanzi, racconti, saggi) quanto i miei percorsi di autocomprensione, che fanno tutt’uno con la mia evoluzione spirituale e le mie stesse esperienze terapeutiche insieme al mio naturopata Andrea Cappelletti.
In altre parole, io di notte – quando le cose girano così – lavoro, o perché scrivo, o perché traduco, o perché leggo e interpreto (libri e dinamiche interiori). E spesso queste cose succedono tutte insieme. Ieri, per esempio, di ritorno dallo splendido concerto del mio maestro di chitarra Ganesh Del Vescovo al Florence Guitar Festival (da lui diretto), con musiche per chitarra e flauto di sua composizione (eseguite col flautista Arcadio Baracchi), mi è successo qualcosa del genere.
Gli ultimi giorni, qui a Pécs, alla residenza di cui sono ospite, sono stati straordinariamente intensi. Prima di tutto sul piano del lavoro: il mio romanzo di viaggio – che si sta rivelando qualcosa di molto più complesso di quanto questa definizione potrebbe far pensare – sta prendendo corpo e forma, e già ho scritto molte pagine; inoltre, ho anche dovuto (per scadenze professionali) finire di revisionare un’ultima volta la mia nuova traduzione, il bellissimo romanzo Santuario di ombre dello scrittore cubano Amir Valle, che uscirà in Italia quest’autunno. Poi, anche sul piano degli incontri: due in particolare, con lo scrittore ungherese Tamás Horváth, che è anche presidente della Commissione Cultura del Consiglio comunale di Pécs, e con la giornalista Réka Mohay, che mi ha intervistato (in un ottimo italiano) per il quotidiano cittadino BAMA – nei prossimi giorni il pezzo uscirà sia sulla versione cartacea che su quella online.
Ieri, insieme al mio traduttore svedese Johan Arnborg, ho tenuto la mia prima conferenza su traduzione letteraria e scrittura presso il Consiglio degli Studenti della Facoltà di Lingue romanze e antiche dell’Università di Stoccolma.
Ringrazio moltissimo Theo e tutti gli studenti che hanno organizzato l’incontro, e posto alcune foto dell’evento, che è andato benissimo, con ottima partecipazione da parte degli studenti, molto coinvolti e partecipi, con domande interessanti e capaci di ispirare. (Non li vedrete nelle immagini solo perché l’Ateneo ha norme rigorose in materia di privacy.)
Un momento della conferenza insieme a Johan Arnborg (foto scattata dalla studentessa Josefin)
Vorrei condividere qui l’oggetto della riflessione condotta con loro e con Johan, che servirà da riferimento anche per il secondo appuntamento universitario, in programma il 5 maggio alle ore 14 presso l’Unione degli Studenti della Facoltà di Studi Letterari dell’Università di Uppsala (Engelska Parken, sala 6-0023) e, spero, anche per altri event simili qui e altrove. Inoltre, mi fornirà ulteriori spunti utili per il mio saggio narrativo sulle mie esperienze meditative e spirituali e, auspicabilmente, per un futuro saggio sulla traduzione.
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. (…)”
Oggi, commentando questo capolavoro, che per me è l’inarrivato vertice letterario, filosofico e spirituale della cultura occidentale (e non solo), Don Marco, mio parroco e grande amico, ha detto una cosa che è la quintessenza di tutte le mie meditazioni dell’ultimo periodo, e che sostanzia il Natale che sto vivendo, andando al cuore del concetto stesso di Rivelazione:
“Dio è la presenza che riempie di sé tutto lo spazio”.
Foto mia scattata sul ponte di Via Pisana sul torrente Greve, nel quartiere di Ponte a Greve, a Firenze
Prima cosa: non ho dimenticato i libri da recensire che ho in lettura, per i quali sono in grave ritardo. Il fatto è che scrivo e traduco molto, e ora sono – come sapete – molto preso dall’elaborazione dei contenuti del mio saggio narrativo in fieri sulle tematiche dell’interiorità, che riflette tutto il mio percorso di scrittore e viaggiatore, in parte restituito dagli articoli usciti sul mio blog in questi mesi, oltre che dai contenuti del mio libro di viaggio Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore) e del mio romanzo psicologico Viale dei silenzi(Arkadia Editore). Questi saranno oggetto, insieme a tutta la mia produzione, del già preannunciato incontro sui luoghinella mia produzione narrativa, che avrà luogo a Firenze il 23 novembre alle ore 18 presso Bottega Strozzi – qui potete trovare l’annuncio.
Vengo al punto odierno aggiungendo alla piccola bibliografia inclusa nel mio pezzo di qualche giorno fa un altro testo preziosissimo, che mi sta assorbendo e rivelando prospettive perfettamente consonanti con la mia ricerca spirituale, che dal suo saldo nucleo cristiano si apre su tutte le grandi tradizioni spirituali, sulla psicologia analitica, sulla fisica quantistica e sulla medicina olistica (a scanso di accuse di “sincretismo”, preciso, con Terenzio, che “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”). Si tratta di un altro saggio dell’astrofisico Massimo Teodorani, Sincronicità. Il legame tra fisica e psiche da Pauli a Jung a Chopra (MacroEdizioni).
Uno scorcio del quartiere di Sant’Ambrogio a Firenze, evocato nel passo di “Internet. Cronache della fine” citato in fondo a questo post (foto mia)
Stiamo lavorando alla preparazione di un evento letterario sui luoghi in tutta la mia produzione narrativa, che si terrà a Firenze il 23 novembre alle ore 18 (qui potete trovare l’annuncio). Da oggi, quindi, citerò alcuni passi dei miei libri in cui le città, i paesi e i paesaggi, che per me sono sempre “personaggi”, compaiono in primo piano con tutta la loro energia e il loro “quid” specifico.
Come sapete dagli articoli che ho postato su questo blog nel corso degli ultimi mesi, lo spazio è tutto ciò che, in definitiva, esiste. Ed è prima di tutto un campo quantistico di natura vibrazionale, una stanza interiore, perché l’universo nasce fondamentalmente “da dentro”, come evidenziano le più avanzate ricerche di fisica quantistica (illuminante, in questo senso, la recente lettura di Irriducibile di Federico Faggin, ed. Mondadori, ma anche quella di David Bohm. La fisica dell’infinito, di Massimo Teodorani, Macro Edizioni, oltre che, naturalmente, de Il Tao della fisica di Fritjof Capra e di tutta la produzione di Carlo Rovelli, edita sempre da Adelphi).
Uno scorcio del mare (o forse del cosmo) da Marina di Pisa (foto mia)
È almeno una settimana che rifletto sul significato della parola “contempl-azione”, in rapporto a quella “trasform-azione” (e i trattini sono fondamentali). Stiamo attraversando un momento delicatissimo, nel quale -come ho già sottolineato in precedenza – i “muro contro muro” (ovvero la dualità) possono rappresentare la scintilla definitiva e letale, tanto sul piano personale quanto su quello interpersonale e collettivo. Urge quindi comprendere mediante un atteggiamento contemplativo, da non confondere con la mera “osservazione” (attenzione che qui non c’è il trattino).
“Osservare” significa “guardare” e – come la fisica quantistica ci insegna – porta inevitabilmente a interagire con l’oggetto osservato, potendo dunque innescare pericolose reazioni a catena.
“Contemplare” è altro: precisamente, rendersi conto che esiste un’intelligenza superiore e “implicata” (per usare un termine caro a David Bohm) in tutto il cosmo e nelle pieghe della nostra vita, e perciò della nostra mente e del nostro cuore. Significa dunque calarsi con la mente e con il cuore in questa intelligenza, questo Logos o Verbo che “in principio era”, come dice l’incipit della più grande opera di tutti i tempi, il Vangelo di Giovanni. Identificarsi con essa, sentirsene parte e lasciare che sia essa ad agire attraverso noi.
Uno scorcio della campagna intorno a Corris, in Galles (foto mia)
Uno dei momenti più difficili per me è sempre stato il rientro dai viaggi. Lo percepivo come un ritorno alla palude percettiva dell’abitudine, quella che Tolkien, nel suo saggio Sulle fiabe (qui nell’edizione italiana), chiamava “the drab blur of triteness or familiarity” (che mi piacerebbe rendere, in modo un po’ libero, come “lo scialbo offuscamento delle banalità di ogni giorno”).
Stavolta, però, è stato diverso. Arrivare al viaggio tra Inghilterra e Galles (dalla settimana trascorsa nel Wiltshire alla residenza letteraria presso Stwidio Maelor, a Corris, in Galles, fino alle visite a Oxford, Manchester e Liverpool), che sul mio profilo Facebook vi ho raccontato su base (appunto) quasi quotidiana, nel bel mezzo di un percorso meditativo e di consapevolezza al contempo materiale e spirituale (perché tutto è uno, e lo spirito è qui, nella materia), mi ha messo nella condizione di elaborare un nuovo approccio al lavoro: l’approccio dell’Ognidove (sempre citando l’ideatore di questa splendida parola, l’amico Davide Sapienza).