Viaggio nordeuropeo, questione di lingue

VIAGGIO NORDEUROPEO, QUESTIONE DI LINGUE

Per il mio luglio (e inizio agosto) avevo programmato un viaggio nordeuropeo, ben consapevole a) che nel centro-sud dell’Europa si schianta dal caldo, b) che, a saper scegliere le soluzioni giuste, all’estero si può stare il triplo del tempo di quello che, con la stessa spesa, ci si può permettere nella maggior parte dei luoghi turistici italiani (soprattutto se inclusivi di ombrellone e lettini), e soprattutto che c) la cosa mi sarebbe enormemente giovata dal punto di vista linguistico. E così, per fortuna, è stato.

La prima parte del viaggio ha toccato Berlino, che avevo già visitato varie volte a partire dal 2011, quando vi avevo incontrato per la prima volta lo scrittore e giornalista cubano Amir Valle, che da allora è diventato per me un grande amico e un maestro di veracità di scrittura e di coraggio nel denunciare gli orrori del sistema politico cubano e non solo (dato che il coraggio nella denuncia delle nefandezze dei sistemi politico-finanziari – senza preclusioni di parte di qualunque colore – in genere purtroppo oggi latita nelle sfere intellettuali). E di lui sono diventato traduttore italiano, con opere come le (di pubblicazione più recente) Habana Babilonia e Il santuario delle ombre (edite da Golem), oltre alle precedenti (da noi) Le porte della notte e Non lasciar mai che ti vedano piangere (disponibili nel catalogo di Ilíada Ediciones).

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Alexanderplatz a Berlino, luogo cruciale nel primo atto della tetralogia della fine di Internet, “Sentieri di notte”

Proprio Amir Valle in seguito ha fondato appunto la casa editrice Ilíada Ediciones, che ha sede a Berlino ma pubblica in spagnolo, e nella cui collana Dingua, dedicata a opere in altre lingue, è stata da poco ripubblicata in un’edizione revisionata e con una nuova introduzione (in aggiunta all’ottima prefazione della filosofa e critica letteraria Sonia Caporossi), la mia tetralogia distopica Cronache della fine di Internet (il primo “atto” della quale, Sentieri di notte, era già uscito con loro in lingua spagnola con il titolo de Las sendas de la noche).

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Screenshot

Così, questo viaggio nordeuropeo è diventato anche l’occasione non solo per rivedere Amir e la sua famiglia, ma per presentare insieme la tetralogia nello splendido Salón Berlinés fondato gestito dallo scrittore argentino José Luis Pizzi.

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Da sinistra, con me, Amir Valle, e José Luis Pizzi

Due giorni dopo, è stata la volta della presentazione berlinese del mio ultimo romanzo La prossima notte (Transeuropa), che ho presentato nella bella libreria del quartiere di Prenzlauer Berg Metis Books insieme ad Alessandro Fino, anche lui libraio e vice-presidente del Viola Club Berlino. Nel corso di questo evento, peraltro, abbiamo anche fatto riferimento al mio diario di viaggio filosofico Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo) e alla stessa tetralogia distopica.

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Un momento della presentazione da Metis Books insieme ad Alessandro Fino

Peraltro, questa prima tappa del mio viaggio nordeuropeo ha anche significato, oltre che esplorare nuovamente la città assaporandone le atmosfere – che adoro da sempre, tanto da avervi ambientato buona parte di Cronache della fine di Internet e del mio romanzo Viale dei silenzi (Arkadia) -, scoprire dei nuovi angoli della stessa dove non ero ancora stato (per esempio il quartiere bohémien di Neukölln) e vari splendidi posti dei suoi dintorni (in senso esteso), come il lago di Wannsee, la città di Potsdam e (appunto, allontanandosi di più) la bellissima città di Lipsia, che mi attirava con forza per l’aura “bachiana” che l’ammanta, dato che Johann Sebastian Bach vi lavorò lungamente come maestro di cappella della Thomaskirche (tanto che lì si trova la sua tomba).

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Esterno della Thomaskirche a Lipsia

Poi, appunto, ecco le lingue. Pur parlandone e usandone diverse nel lavoro di traduttore letterario, quella col tedesco è una mia “questione personale” che si trascina da anni, a partire dai primi corsi formali a Firenze per poi accantonarlo a favore dello svedese (appartenente allo stesso ceppo e quindi tale da indurre in confusione) e riprenderla di tanto in tanto. Adesso però l’ho “riattivato” e conto di dedicarmici con maggior continuità. Anche perché, pur non essendo una lingua per così dire di mio gusto dal punto di vista musicale (come invece lo svedese), la ammiro per la sua logica quasi matematica, e costituisce un ottimo esercizio intellettuale.

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Un trafficato e vitale scorcio di Neukölln a Berlino

La seconda parte del viaggio prevedeva un soggiorno più lungo a Stoccolma e dintorni. E lì per me si trattava della sesta volta, e lo scopo era più che mai quello di consolidare il mio svedese parlato, dato che per la forma scritta e la traduzione non ci sono problemi (cito, tra tutte, la mia traduzione del capolavoro di Stig Dagerman L’isola dei condannati, per Ortica Editice), mentre per la comprensione e l’espressione orale la lingua svedese è tremendamente complicata, per la tendenza dei nativi a pronunciare molte parole glissandone o fondendone i suoni.

Stoccolma, poi, resta un incanto, regalando alcuni dei più begli scorci metropolitani di cui abbia memoria, tali da reggere il confronto con la vista da Piazzale Michelangelo a Firenze o con quella dei Rynek Główny a Cracovia. Penso al panorama su Riddarlholmen e sulla retrostante Gamla Stan che si può ammirare dal sentiero di Monteljusvägen, sull’orlo dell’isola a sud della Città Vecchia, ovvero Södermalm (Stoccolma consiste sostanzialmente in un arcipelago urbano che è parte di un vasto e intricato complesso di isole e isolette “sospese” tra le acque dolci del Lago Mälaren e quelle salate del Mar Baltico).

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Veduta del cuore di Stoccolma da Monteljusvägen

Proprio nel quartiere alle spalle di questa veduta (appunto, Södermalm) si ambienta parte del primo libro di Cronache della fine di Internet, ma anche un mio nuovo romanzo postdistopico ancora inedito. E, comunque, pure i dintorni della capitale svedese, con diverse località che sorgono lungo le sponde dell’articolato sistema lacustre del lago Mälaren, hanno saputo ispirarmi non solo dal punto di vista di idee per futuri scritti, ma anche nel senso che hanno conciliato il mio lavoro di traduzione (dallo spagnolo e dallo svedese), che intanto stavo proseguendo portandomi spesso dietro il laptop. Penso a luoghi come Sigtuna, considerata la prima “capitale” della Svezia, intorno all’anno Mille, o ancora Västerås, Kungsängen e Södertälje.

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Un parco lungo la sponda del lago Mälaren a Sigtuna

Last but not least, un luogo d’incanto assoluto dove mi ha portato, insieme ad altri amici, quello che oggi è uno dei miei punti di riferimento nel perfezionamento dello svedese, ovvero il docente (di varie lingue) e ottimo italianista Max Dükler, che – insieme a Camilla Lindskoug (anche lei insegnante liceale e autrice di manuali di letteratura per le scuole superiori svedesi) – conversa spesso con me online (e che pure ho incontrato durante questo viaggio). Max mi ha fatto scoprire lo splendido castello di Tyresö, a sud di Stoccolma, e il circostante parco, che si sviluppa attorno a un’insenatura delle acque del Mar Baltico).

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Il castello di Tyresö

Così, tra una gita e una conversazione, via via gli automatistmi e la capacità di esprimermi in svedese sono andati migliorando, il che mi ha anche permesso di dialogare con grande soddisfazione con gli ottimi librai del Söderbokhandeln Hansson & Bruce, lungo Götgatan, che risale Södermalm dalla stazione della metro di Slussen fino alla nevralgica Medgborgarplatsen. In questa splendida e storica libreria di Stoccolma ho individuato alcuni testi inediti in italiano da proporre in traduzione, e che adesso sto leggendo con grande interesse.

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Un tratto di Götgatan

In sintesi, dunque, un viaggio nordeuropeo molto utile, e che mi riporta a Firenze con lo slancio di proiettarmi su nuovi altrove, sia dal punto di vista delle traduzioni in corso (e delle nuove in arrivo da varie lingue), sia da quello della scrittura – durante i soggiorni tedesco e svedese ho completato un racconto che uscirà in una bella collana italiana alla fine dell’estate del 2027 -, sia pensando a nuovi eventi promozionali (in Italia e fuori) dei miei libri già editi e del prossimo, che – vi anticipo – uscirà a fine agosto.

Fine di internet: la nuova edizione della mia tetralogia distopica

FINE DI INTERNET: LA NUOVA EDIZIONE DELLA MIA TETRALOGIA DISTOPICA

Da pochi giorni è disponibile la nuova edizione aggiornata (con una mia nuova introduzione sulle tematiche dell’IA e l’ottima prefazione di Sonia Caporossi) della mia tetralogia distopica sul crollo della Rete e le sue conseguenze, che esce col titolo Cronache della fine di Internet per Iliada Ediciones, la case editrice diretta dallo scrittore e giornalista cubano Amir Valle – di cui, come sapete, ho tradotto numerosi libri, gli ultimi dei quali sono Habana Babilonia e Il santuario delle ombre per Golem Edizioni.

Fine di internet

Per questa edizione, oltre alla prefazione di Sonia Caporossi, a suo tempo uscita – in relazione alla precedente edizione Galaad – su Nazione Indiana, ho inserito la mia prima introduzione (del 2021) e una nuova, più imperniata (in ottica critica) sul tema dell’Intelligenza Artificiale. Le riporto qui di seguito entrambe.

Da una Rete all’altra (2021)

Sono passati oltre dieci anni da quando iniziai a scrivere Sentieri di notte, il primo romanzo di quella che allora ignoravo che sarebbe diventata una quadrilogia. E il mondo è profondamente cambiato. Non solo per la diffusione capillare della Rete in tutto il pianeta – soprattutto sub specie social media – e per l’accen­tuarsi e il dilagare delle dinamiche della globalizzazione, ma anche per il radicalizzarsi dei problemi ecologici e degli aspetti deteriori del capitalismo finanziario; e, inoltre, per l’emergere sempre più frequente di governi sia pur democraticamente eletti, ma dai tratti autoritari e propugnatori di ideologie nazionalistiche.

È come se il mondo fosse stato steso e strizzato tra due estremi, l’uno tendente a un universalismo in gran parte deviato, e l’altro a una frammentazione di questo “tutto” in isole egoisticamente concentrate su se stesse. Per non parlare dell’ultima, grande e inusitata emergenza, quella della pandemia da coronavirus del 2020, che ha drammaticamente accentuato entrambi gli aspetti, invadendo ogni angolo della Terra in una sorta di parossismo globalizzante, ma insieme riducendoci alla necessità di distanziarci dal prossimo per esigenze di prevenzione.

Oggi, voltandomi indietro per un attimo e contemplando rapidamente tutto questo, mi rendo conto di una verità che inizialmente – e ancora per tanto tempo – non avevo voluto accettare, un po’ forse per modestia, ma soprattutto per paura: i miei romanzi si sono rivelati profetici. Non perché la Rete sia crollata o stia per farlo, ma perché le dinamiche di potere globale nascoste dietro il Sistema descritto in questi libri si sono realmente manifestate nel mondo, dentro e fuori del web, facendo del pianeta un unico contenitore privo di isole di silenzio, e al contempo lo hanno parcellizzato, rendendo la comunicazione tra gli esseri umani da un lato più agile e istantanea, dall’altro più autoriferita: come se fossimo – e in effetti, per tanti versi, siamo – monadi iperconnesse ma fondamentalmente sole.

C’è poi un altro aspetto, paradossale ma pur sempre consonante coi temi e le dinamiche della narrazione di tutti e quattro i libri della serie. Proprio nella recente emergenza sanitaria ci siamo accorti di come sia crollato praticamente tutto tranne il web: l’esatto opposto di quello che avviene nei miei romanzi. Eppure, da una parte abbiamo sentito spesso parlare del rischio di un sovraccarico e di una paralisi della Rete per l’improvviso picco di utenze (eventualità che ci porrebbe davanti al dramma di essere radicalmente isolati), dall’altra è emerso il forte bisogno di comunicare con gli altri, per cui il web ha mostrato tutti i suoi – da me mai negati – aspetti virtuosi, come strumento per costruire un ponte immateriale tra micro-mondi (le case delle persone in quarantena) forzatamente separati, indipendentemente dal fatto di trovarsi a metri o a migliaia di chilometri di distanza.

Tutto questo mi porta a parlare del perché ho ritenuto giusto e opportuno riunire Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito in un unico volume. Lungo l’arco dei quattro libri, infatti, si dipana una sequenza di movimenti – non solo dei protagonisti, ma degli stessi concetti che essi esprimono e degli stati emotivi che li attraversano – che tende a condurre da una Rete all’altra: da un mondo divenuto asfittico e opprimente per gli abusi insiti nella prima, alla nascita di una seconda, diversa e misteriosa, che si ricollega direttamente alle energie naturali più sottili e vitali. Si tratta principalmente di quello a cui stiamo assistendo oggi, con la conflittuale compresenza delle degenerazioni dell’uso dei social media (come le “fake news” e le aggressioni verbali tra utenti) e dei loro aspetti positivi, come il permettere a persone isolate o depresse di parlarsi e sostenersi, o la stessa circolazione di informazioni autentiche e preziose (non sempre, peraltro, diffuse dai media ufficiali) che stimolano un dibattito democratico ed edificante, nonché una valorizzazione della stessa fruizione della Natura come dimensione curativa e rasserenante per il corpo, la mente e lo spirito.

Non dico questo a caso: questi profili, e in particolare l’ur­genza della crisi ambientale – paradossalmente attutita dalla pan­demia e dal conseguente blocco di gran parte delle attività produttive e della circolazione dei mezzi –, sono infatti temi che si snodano attraverso tutti e quattro i libri della serie, come del resto il problema del rapporto del singolo con l’autorità non fondata su basi istituzionali, ma sul puro dominio giustificato dal potere del denaro. Anzi, la resistenza dell’individuo, schiacciato da forme di controllo sociale che proprio attraverso la Rete e le sue appendici tecnologiche sono diventate sempre più intrusive – come gli stessi smartphone, i droni e chissà quali altri ritrovati di ultimissima generazione – è assurta a essere il tema centrale, politico e filosofico, che sostanzia tutto il percorso della quadrilogia. Sì, perché non può esistere autentica condivisione umana – e dunque rete nel senso più profondo – ove venga meno la libertà personale. Ce lo ha insegnato tutta la letteratura distopica, da Huxley, Orwell e Bradbury a tutti i loro epigoni. E davanti alle molteplici e polimorfe espressioni di questa minaccia, al contempo indeterminata ed estremamente definita, l’unica vera rivoluzione è quella di rinascere interiormente, attraverso un percorso di presa di coscienza e di ricerca capace di condurci ad affrancarci dagli indottrinamenti di una “Matrix” di sistema, e rendendoci così veicoli di una nuova concezione della persona, ricentrata su se stessa e su una ritrovata armonia con la Natura – che peraltro non esclude un uso diverso ed eco-compatibile della tecnologia.

Siamo probabilmente all’alba di un nuovo mondo, i cui tratti ancora ci sfuggono e, a più riprese, ci inquietano. Ma ci troviamo anche ai prodromi di un’imprevista ed eccezionale scommessa: quella consistente nel fermarci e guardarci dentro, per poi rivolgere gli occhi nuovamente al mondo e contemplarlo, chiedendogli – e chiedendo a noi stessi – risposte. E mi riferisco a risposte che sono più sottili di qualunque sequenza binaria di “1” e di “0”, o dei pixel di qualsiasi immagine digitale, e che collimano e risuonano con la parte più viscerale della nostra psiche, là dove si annida quell’anima in cui si riverberano le più decisive dinamiche dello spirito.

Certo, tutto ciò ha un costo e presenta dei rischi. In altre parole, impone delle croci, e oggi più che mai. È una posta elevata ma determinante, come quella che i miei personaggi si ritrovano a mettere in gioco dal primo al quarto libro di questa “saga”. Ma sono convinto che sia l’unica che autenticamente conta e che – senza tema di esagerazione – potrà salvare noi e il mondo dalle terribili minacce che lo cingono d’assedio.

Il vuoto necessario (2026)

Pensare a una riedizione della mia tetralogia distopica in questo tempo di incessante martellamento sul “sol dell’avvenire” della cosiddetta intelligenza artificiale era doveroso. In primis, perché, non solo a causa del rapido progresso tecnologico, ma banalmente dello scorrere del tempo, parte delle vicende narrate – nello specifico, quelle del primo libro della serie Sentieri di notte (ambientato nel settembre 2025)– ha già cessato di essere un affresco distopico per diventare un’ucronia, ovvero una visione alternativa del passato. Visione alternativa che però si riallaccia, per il tramite di molteplici interrogativi, al(l’ancora per poco) futuro racchiuso nei successivi tre atti della serie (che si sviluppano tra il 2026 e il 2029), e più in generale al nostro futuro, che tendenzialmente è “già presente”, dato che il ritmo serrato delle innovazioni in ambito informatico lo fa durare sempre meno.

In sostanza, si tratta di un futuro in cui la dimensione della Rete e soprattutto quella dell’intelligenza artificiale minacciano di pervadere ogni recesso del nostro spazio, privandoci perfino della solitudine dei pensieri e del privilegio – per fortuna nostro esclusivo appannaggio, come ben sottolineato nei suoi libri dall’inventore del microchip Federico Faggin – della coscienza e dell’interiorità creativa. Ovvero, di quella dimensione fuori dal tempo (e, in sé, eterna) che è il sancta sanctorum dell’anima umana, cioè il “luogo senza spazio”, o meglio ancora, secondo il filosofo Hasdai Crescas (1340-1411) – come ricorda l’autrice svedese Sanja Särman nell’opera da me tradotta Lettere delle piante agli esseri umani –, il luogo dello spazio in cui si annida il Divino, e quindi anche Dio-in-noi.

Riflettere dunque su una concatenazione di eventi dalle ambientazioni assai varie e dalle numerose e stratificate chiavi di lettura, quali quelli che caratterizzano la mia saga, è quanto mai attuale e importante. Anche perché il suo obiettivo-orizzonte di riferimento è quello di una miglior integrazione tra l’uomo e la sua radice naturale – e perciò spirituale, dato che lo spirito è nella materia, pur non essendo limitato e vincolato a essa –, unitamente a un ripristino e rafforzamento della sua capacità di dialogo con se stesso e con l’Altro. Proprio le dimensioni minacciate ed erose dall’abuso di tecnologia e dalla delega a questa di pressoché ogni questione di pertinenza soggettiva e interpersonale, passando dai social media ai dispositivi di domotica con comando vocale, e ancora alle illusorie applicazioni creative dell’intelligenza artificiale, che altro non sono che ricombinazioni di contenuti originariamente creati dall’essere umano.

Ristabilire il contatto con il Sé e la Natura significa ricordarsi chi siamo, ma ancor prima che siamo, e conseguentemente esistiamo manifestando nel divenire delle cose del mondo la nostra identità più autentica. Che è poi il motivo per cui siamo nati e restiamo per un certo periodo su questo pianeta.

Il mio, in altre parole, non è un messaggio antitecnologico per partito preso, ma un avvertimento a futura memoria, un po’ come le briciole di Pollicino per non smarrirsi nel bosco di un’era che promette grandi traguardi ma potrebbe nascondere enormi insidie.

Se terremo sempre presente da dove veniamo e cosa desideriamo profondamente, e se avremo il coraggio di “fare vuoto” di tutto quell’affollamento di informazioni elettromagneticamente veicolate, potremo mantenere il (relativo) controllo del veicolo della nostra esperienza terrena, senza farci irretire da pericolose sirene e senza correre il rischio di non essere noi a usare la tecnologia, ma di esserne usati, plagiati e resi schiavi.

Amir Valle in Toscana

AMIR VALLE IN TOSCANA

Amir Valle 1

Come avevo preannunciato, la nuova settimana porta con sé l’arrivo in Italia dello scrittore cubano Amir Valle, il cui grande reportage sulla prostituzione a Cuba Habana Babilonia, da me tradotto dallo spagnolo per Golem Edizioni (con la revisione di Alessandro Gianetti) presenteremo il 7 maggio (alle ore 18) alla Libreria “Civico 14” di Marina di Pisa (Via Maiorca 14/b) e l’8 maggio (sempre alle 18) al Centro Culturale “Itaca” a Firenze (Via di San Domenico 22). Nel secondo caso, l’evento sarà patrocinato dall’Associazione “Nosotras” per la promozione dei diritti delle donne, la cui presidentessa Isabella Mancini co-condurrà la presentazione con me.

Amir Valle 2

Edito da Planeta nel 2006, Habana Babilonia è divenuto un successo mondiale, tradotto in molte lingue, ma ancor prima che venisse pubblicato innumerevoli copie-pirata circolavano tra gli abitanti di Cuba, rendendolo inviso alle autorità politiche.

L’opera (Premio “Rodolfo Walsh” del 2007 per il miglior saggio al mondo in lingua spagnola) procede incrociando testimonianze di prostitute, protettori e altri componenti di questo grottesco tessuto umano, e raccontandone le storie con una felice sintesi di oggettività giornalistica e intensità narrativa. Offre inoltre un’ampia riflessione storico-sociale sul fenomeno, a partire dalle prime prostitute giunte a Cuba con Cristoforo Colombo.

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Tradurre come recitare

TRADURRE COME RECITARE

Sono sempre stato affascinato dall’arte della recitazione, anche se come attore mi considero negato (partecipai a una recita al liceo, ma non era “il mio sport”). Eppure l’altro giorno, durante un tandem linguistico italo-francese con l’amica Cécile, mi è venuta in mente un’analogia che l’ha convinta e ha persuaso subito anche me: se nello scrivere si deve attingere dal pozzo della propria più profonda autenticità (dal Sé – di scrittori pieni di ego francamente non se ne può più), nel tradurre si agisce come attori che interpretano un ruolo. In altre parole, si può anche essere (molto) diversi dall’autore o dall’autrice che si sta traducendo, ma – quando la sintonia c’è, altrimenti meglio astenersi – ci si immerge in quel ruolo, in quella voce, e le si presta la propria voce nella propria lingua.

Tradurre 1

Sono considerazioni che svilupperò nelle mie prossime conferenze in Florida (dice: ti fai pubblicità? Sì, è il mio lavoro, non un hobby), e che ben si attagliano anche ai nuovi libri da me tradotti appena usciti o prossimi alla pubblicazione. Mi riferisco ad Habana Babilonia – grande reportage dello scrittore Amir Valle sull’universo della prostituzione (femminile e maschile) a Cuba, tradotto in molteplici lingue, censurato in patria e costato l’esilio all’autore, e ora giunto in Italia grazie a Golem Edizioni -, ma anche alla silloge poetica La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene del poeta faroese Kim Simonsen (in uscita per I Libri di Mompracem), che ho tradotto dall’inglese partendo dalla versione americana di Randi Ward e pur tenendo presente (con le mie limitate intuizioni legate alle consonanze del testo con la lingua svedese, e con l’aiuto di Randi) il testo originale faroese.

In questo volume poetico ho anche scritto una postfazione, nella quale ho enucleato tutti i contenuti contemplativi, filosofici ed estetici incastonati in quei viaggio in versi attraverso gli elementi, i dolori e i rimpianti propri dei luoghi della giovinezza del poeta, da lui rivisitati dopo la morte del padre.

In entrambe queste traduzioni non ho dovuto fare uno straordinario sforzo “interpretativo” nel senso attoriale di cui sopra, perché i due autori, pur molto diversi tra loro, presentavano e presentano degli elementi in comune con la mia indole, che racchiude in sé uno spirito contemplativo attento alle epifanie degli ambienti – lo sapete bene dal mio nuovo libro Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore) – e una ferma volontà di denuncia di ciò che non va nel mondo (lo saprà chi mi ha seguito durante la pandemia, ma anche chi ha letto la mia tetralogia di romanzi distopici Internet. Cronache della fine, edita da Galaad Edizioni).

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Habana Babilonia in arrivo

HABANA BABILONIA IN ARRIVO

In prossima uscita per Golem Edizioni, la traduzione dallo spagnolo che mi ha impegnato per gran parte del 2024 (con la revisione di Alessandro Gianetti e il supporto del programma Acción Cultural Española). Habana Babilonia, un grande reportage storico-giornalistico-narrativo dell’autore cubano Amir Valle sul fenomeno del “jineterismo” nell’Isola – ovvero, sulle jineteras, le prostitute che vanno a caccia di turisti, e intorno alle quali si è sviluppato un ramificato business che coinvolge numerosi livelli della società cubana.

Habana Babilonia

Edito da Planeta nel 2006, Habana Babilonia è divenuto un successo mondiale, tradotto in molte lingue, ma ancor prima che venisse pubblicato innumerevoli copie-pirata circolavano tra gli abitanti di Cuba, rendendolo inviso alle autorità politiche.

L’opera (Premio “Rodolfo Walsh” del 2007 per il miglior saggio al mondo in lingua spagnola) procede incrociando testimonianze di prostitute, protettori e altri componenti di questo grottesco tessuto umano, e raccontandone le storie con una felice sintesi di oggettività giornalistica e intensità narrativa. Offre inoltre un’ampia riflessione storico-sociale sul fenomeno, a partire dalle prime prostitute giunte a Cuba con Cristoforo Colombo.

Per la sua forza investigativa nel denunciare il grave problema della prostituzione e la corruzione ruotante attorno a esso, il libro è stato censurato da Fidel Castro, cosa che ne ha accresciuto lo scandalo e ha fatto dell’autore uno scrittore di culto.

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Traduzione, scrittura e altre strenne

TRADUZIONE, SCRITTURA E ALTRE STRENNE

Ieri sera ho terminato la revisione di una delle mie traduzioni più interessanti e impegnative degli ultimi anni, un grande reportage narrativo di Amir Valle che uscirà l’anno prossimo per Golem Edizioni.

Adesso si prospetta (come sempre, per me – e così anticipo la domanda di tanti: “E per Natale che fai?”) un periodo di grande lavoro, con l’ultima rilettura delle bozze del mio nuovo libro in uscita con Ediciclo Editore a fine febbraio (pensando già alla promozione da organizzare per la primavera-estate 2025), la revisione dell’affascinante diario intellettuale di un autore spagnolo, che uscirà l’anno prossimo con Ortica Editrice, e prossimamente la traduzione di un classico della letteratura svedese del Novecento (sempre per Ortica) e un ritorno alla traduzione di viaggio, con una nuova guida turistica dopo molti anni.

Traduzione

Direte: contento? No, se la Fiorentina non arriva in Champions League… Scherzo: sto anche elaborando il mio terzo noir e il mio nuovo saggio narrativo sulle tematiche filosofico-spirituali, dopo aver completato Voci oltre il buio.

E, a quanto pare, dovrò comprarmi un. nuovo Mac, ché il mio, “solo” del 2015, comincia a perdere colpi e non regge i programmi che adesso mi serviranno.

Comunque non scherzavo: si vince lo scudetto 😀

Danzica tra scrittura e traduzioni (e Praga)

DANZICA TRA SCRITTURA E TRADUZIONI (E PRAGA)

Le ultime giornate per me sono state letteralmente di silenzio. Un brutto raffreddore mi ha provocato un calo di voce da cui per fortuna sto riemergendo giusto in tempo per la prossima partenza per la Polonia, dove il 20 e il 21 aprile, su invito dell’Università di Danzica, terrò (male che, vada, parlando a gesti), due incontri con gli studenti di Italianistica della Prof.ssa Dorota Karwacka-Pastor, che da anni segue il mio lavoro a livello accademico, insieme alla sua dottoranda Karolina Kopańska, e recentemente ha pubblicato in Italia, per la mia traduzione dal polacco, il suo articolo Mondo senza Internet. Paura e inquietudine nei romanzi di Giovanni Agnoloni, uscito sul n. 2 del 2023 della rivista ContactZone, a cura dell’AISFF (Associazione Italiana per lo Studio della Fantascienza e del fantastico).

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Foto del porto di Danzica (da me scattata anni fa)

Sabato 20 converserò dunque con loro sul tema di tutto il mio percorso di scrittore, anche nel quadro di alcune tendenze della narrativa italiana contemporanea – in primis il movimento connettivista, dal quale il mio percorso di narratore ha avuto inizio e della cui poetica la tetralogia distopica Internet. Cronache della fine (Galaad Edizioni) è mia personale espressione. Ma grande enfasi porrò anche sul tema dei luoghi, centrale in tutta la mia produzione narrativa, come evidenziato, oltre che dalla tetralogia, dagli altri altri romanzi di stampo realistico, ovvero Viale dei silenzi (Arkadia Editore) e Berretti Erasmus (Fusta Editore), oltre che dal concept-book di racconti Da luoghi lontani, che ho scritto insieme a Carlo Cuppini e Sandra Salvato (sempre per Arkadia).

Domenica 21 invece l’incontro si svolgerà un po’ sulla falsariga dei laboratori universitari di diritto cui partecipavo alla University of Leicester durante l’Erasmus (e che pure evoco nel summenzionato Berretti), ovvero partendo da esempi concreti di testi miei (ma anche di qualche altro autore che stimo), per svolgere un’analisi della genesi e dello svolgimento del processo creativo anche dal punto di vista stilistico e lessicale. Insomma, pur se non si parlerà di traduzione in senso stretto, riprenderò il filo delle mie riflessioni su scrittura come “traduzione da uno spartito interiore” che ho condotto in qualche video sul mio canale Youtube (per esempio qua).

La lingua, cioè, utilizzata come strumento di espressione artistica, si presta plasticamente a veicolare una visione (del mondo esterno e di quello interiore) sostanzialmente nello stesso modo quando si scrive e quando si traduce – anche se, nel secondo caso, passa attraverso il “filtro” del punto di vista dell’autore originario, che va sempre rispettato. Ecco perché non vedo una rigida separazione tra il mio lavoro di scrittore e quello di traduttore. Me ne rendo conto particolarmente bene adesso che sono a una sorta di crocevia tra vari progetti di scrittura e traduzione in corso, dato che ho terminato il mio romanzo La via dell’altrove, di cui una parte verso la conclusione si ambienta per l’appunto a Danzica, e parallelamente sto portando avanti il saggio narrativo Voci oltre il buio, imperniato sui miei percorsi meditativi e spirituali, e il mio secondo noir ambientato tra Toscana e Umbria. Non solo, ma mi appresto a iniziare a breve la scrittura di un nuovo libro di viaggio, sul quale per adesso non posso anticiparvi nulla.

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Tra l’altro, altri due capitoli de La via dell’altrove si ambientano a Praga, e per pura coincidenza (anche se le coincidenze non esistono), sulla via del ritorno da Danzica, per praticità di combinazioni di voli verso Firenze – ma naturalmente con piacere – passerò dalla capitale ceca, dove venerdì 26 aprile alle ore 17 parlerò del mio lavoro con il personale e i lettori della sede locale della Società Dante Alighieri.

Danzica 2

Nel contempo, come dicevo, le traduzioni (che porterò avanti anche in viaggio, dato che, a dispetto degli jodedores – meraviglioso cubanismo ma non solo -, io lavoro sempre, sabati e domeniche incluse, anche in viaggio): è infatti appena uscito per I Libri di Mompracem il romanzo Il segreto di Solveig, prima opera edita in Italia dell’autore francese Olivier Sorin, che mi ha impegnato (insieme ai revisori Alessandro Gianetti e Marino Magliani) per buona parte dello scorso anno. Lo presenterò insieme all’autore il 5 giugno a Itaca, la residenza letteraria fiorentina di Paolo Ciampi che è anche sede della casa editrice del libro. Il 6 giugno invece lo presenteremo alla libreria “Civico 14” a Marina di Pisa.

Intanto, però, procede anche la mia nuova lunga traduzione, di un altro grande libro dello scrittore cubano Amir Valle, dopo la pubblicazione dell’anno scorso del romanzo Il santuario delle ombre (Golem Edizioni), per il quale è stato già fissato un firmacopie (con me in veste di traduttore) allo stand della casa editrice al Salone del Libro di Torino per l’11 maggio tra le ore 18 e le 19.

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Altri progetti traduttivi dall’inglese, dallo spagnolo e dallo svedese sono poi in preparazione, ma è troppo presto per parlarne. Intanto, con silenzioso ma non per questo meno intenso affetto, vi mimo… pardon, mando i miei più cari saluti.

Orizzonti del viaggio e delle lingue

ORIZZONTI DEL VIAGGIO E DELLE LINGUE

Continua la serie dei miei appuntamenti in giro per l’Italia sul tema Gli orizzonti del viaggio e delle lingue, nei quali parto dai luoghi evocati nei miei libri e in quelli da me tradotti per svolgere una riflessione generale sul filo sottile ma profondo che lega il lavoro di scrittura a quello di traduzione. Del resto, se seguite questo blog lo sapete fin da aprile, quando per la prima volta ho parlato di questo argomento in occasione dei miei incontri con gli studenti dell’Università di Stoccolma e di quella di Uppsala, insieme al mio traduttore svedese Johan Arnborg.

Da allora, e fino all’incontro di qualche giorno alla Biblioteca Comunale di Passignano sul Trasimeno (nella mia foto, una veduta del lungolago), il filo di questo ragionamento si è approfondito, impregnando ogni aspetto del mio lavoro letterario, sia sul fronte scrittorio che su quello traduttivo – che, come spiego durante i miei incontri con i lettori, sono per me due facce della stessa medaglia. Così non solo sto raccogliendo idee preziose per Voci oltre il buio, il saggio narrativo che sto scrivendo sulle mie esperienze meditative e spirituali – che toccherà anche e in misura cruciale la mia esperienza artistica come scrittore e traduttore -, ma presento ormai congiuntamente tutti i frutti del mio lavoro nell’una come nell’altra veste.

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Nuovi articoli

NUOVI ARTICOLI

Sono usciti da poco in rete due miei nuovi articoli: il primo – sul blog Letteratitudine – sull’esperienza di tradurre dallo spagnolo il romanzo Il santuario delle ombre di Amir Valle (da poco uscito per Golem Edizioni), e il secondo – su La Poesia e lo Spirito – su tre opere di, su e tradotta da Marino Magliani, ovvero il romanzo Il bambino e le isole (Un sogno di Calvino) (66th&2nd), l’opera critica Calvino, Biamonti, Magliani. Il racconto del paesaggio, lo sguardo, la luce (di Luigi Marfè, Claudio Panella, Luigi Preziosi e Fabrizio Scrivano) (ed. Exòrma) e il volume Islario fantastico argentino (di Salvador Gargiulo, Alejandro Winograd, Gonzalo Monterroso e Alberto Muñoz) (ed. Tarka).

Ecco un estratto del primo dei due nuovi articoli:

Nuovi articoli

“L’esperienza di tradurre Il santuario delle ombre di Amir Valle è stata una delle più intense di tutta la mia carriera. E non tanto per il rapporto di amicizia che ci lega, che pur rende sempre piacevole approcciarmi alle sue opere e mi permette di chiarire con lui vari aspetti del testo – del resto, ne avevo già avuta prova traducendo i suoi romanzi Le porte della notte e Non lasciar mai che ti vedano piangere. Intendo dire che il vero motivo è precisamente il libro. La qualità della scrittura di Amir, soprattutto ne Il santuario delle ombre, è così alta, complessa e articolata, ma al contemplo godibilissima e avvolgente, straziante e sconvolgente, lirica e perfino, a tratti, comica, da rendere impossibile qualunque distrazione. Semplicemente, ti trascina in un gorgo spaventoso e bellissimo, nel quale le parole evocano ritmi e significati con vividezza tridimensionale o forse addirittura multidimensionale.” (continua qui)

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Il santuario delle ombre recensito da Francesco Improta

IL SANTUARIO DELLE OMBRE RECENSITO DA FRANCESCO IMPROTA

Su RPLibri è uscita una bellissima recensione del Prof. Francesco Improta del romanzo da me tradotto Il santuario delle ombre dello scrittore cubano Amir Valle (recentemente uscito per Golem Edizioni). Cito l’inizio del pezzo, ringraziando il Prof. Improta per le parole che ha speso sul mio lavoro di traduzione e rimandandovi al sito per la versione integrale:

“Da poco più di un mese è arrivato in libreria, nella sontuosa traduzione di Giovanni Agnoloni, Il santuario delle ombre di Amir Valle, scrittore cubano che attualmente vive e lavora a Berlino. Come si può leggere sul suo sito internet, “Amir non abita (più) a Cuba ma Cuba abita (sempre) in lui”, nel senso che egli è visceralmente legato alla sua terra d’origine e non può prescindere da essa. Non solo i suoi libri, di fiction o di saggistica poco importa, sono ambientati a Cuba ma affrontano anche e soprattutto i problemi e le contraddizioni, le aspettative e le delusioni, la corruzione e le paure di quest’isola caraibica. Ne Le Porte della notte, tradotto sempre da Agnoloni e pubblicato in Italia nel 2013, un anno dopo Non lasciar mai che ti vedano piangere, Valle aveva affrontato una delle piaghe peggiori del nostro tempo, la pedofilia spesso contrabbandata sotto l’etichetta, già di per sé disdicevole e vergognosa, di turismo sessuale così diffuso nell’America centrale e meridionale, qui, ne Il santuario delle ombre,  denuncia un fenomeno ancora più drammatico: la fuga dei cubani dal regime, nell’illusione di un futuro migliore, che finiscono vittime dei cosiddetti traghettatori che li derubano, li uccidono e li gettano a mare (si parla di oltre 20.000 cubani finiti in questo modo). Alla storia reale, corredata da fatti realmente accaduti e personaggi veramente esistiti, che ha non poche consonanze con le migrazioni verso l’Europa di africani disperati che cercano di sfuggire alla guerra o alla miseria e che spesso diventano cibo per i pesci del Mediterraneo, s’intreccia una vicenda di fantasia, a mezzo tra l’inchiesta giornalistica e il noir.”

Il santuario delle ombre
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Giovanni Agnoloni
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