TRADURRE COME RECITARE
Sono sempre stato affascinato dall’arte della recitazione, anche se come attore mi considero negato (partecipai a una recita al liceo, ma non era “il mio sport”). Eppure l’altro giorno, durante un tandem linguistico italo-francese con l’amica Cécile, mi è venuta in mente un’analogia che l’ha convinta e ha persuaso subito anche me: se nello scrivere si deve attingere dal pozzo della propria più profonda autenticità (dal Sé – di scrittori pieni di ego francamente non se ne può più), nel tradurre si agisce come attori che interpretano un ruolo. In altre parole, si può anche essere (molto) diversi dall’autore o dall’autrice che si sta traducendo, ma – quando la sintonia c’è, altrimenti meglio astenersi – ci si immerge in quel ruolo, in quella voce, e le si presta la propria voce nella propria lingua.

Sono considerazioni che svilupperò nelle mie prossime conferenze in Florida (dice: ti fai pubblicità? Sì, è il mio lavoro, non un hobby), e che ben si attagliano anche ai nuovi libri da me tradotti appena usciti o prossimi alla pubblicazione. Mi riferisco ad Habana Babilonia – grande reportage dello scrittore Amir Valle sull’universo della prostituzione (femminile e maschile) a Cuba, tradotto in molteplici lingue, censurato in patria e costato l’esilio all’autore, e ora giunto in Italia grazie a Golem Edizioni -, ma anche alla silloge poetica La composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie vene del poeta faroese Kim Simonsen (in uscita per I Libri di Mompracem), che ho tradotto dall’inglese partendo dalla versione americana di Randi Ward e pur tenendo presente (con le mie limitate intuizioni legate alle consonanze del testo con la lingua svedese, e con l’aiuto di Randi) il testo originale faroese.

In questo volume poetico ho anche scritto una postfazione, nella quale ho enucleato tutti i contenuti contemplativi, filosofici ed estetici incastonati in quei viaggio in versi attraverso gli elementi, i dolori e i rimpianti propri dei luoghi della giovinezza del poeta, da lui rivisitati dopo la morte del padre.
In entrambe queste traduzioni non ho dovuto fare uno straordinario sforzo “interpretativo” nel senso attoriale di cui sopra, perché i due autori, pur molto diversi tra loro, presentavano e presentano degli elementi in comune con la mia indole, che racchiude in sé uno spirito contemplativo attento alle epifanie degli ambienti – lo sapete bene dal mio nuovo libro Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore) – e una ferma volontà di denuncia di ciò che non va nel mondo (lo saprà chi mi ha seguito durante la pandemia, ma anche chi ha letto la mia tetralogia di romanzi distopici Internet. Cronache della fine, edita da Galaad Edizioni).
Eppure, chiaramente io non sono Amir Valle né Kim Simonsen. Siamo, com’è normale, persone diverse. Dunque mi sono dovuto, e con piacere, calare nel loro mondo, nella loro voce e nelle loro lingue per attingerne un “succo” da riversare nella polpa del lessico, della grammatica e della sintassi italiani. Questo è tradurre, e dunque, come ho evidenziato in una recente intervista fattami da Enrico Spinelli per Il Passaparola dei Libri, “La letteralità o la non-letterarietà della resa italiana sono solo ‘falsi problemi’. In qualunque modo si operi, conta attingere il succo denso dello spirito dell’autore in quell’opera, e lasciarlo vibrare nella nostra lingua con una profondità paragonabile a quella con cui risuonava nella versione originale”.
Ci rifletterò ancora portando avanti la mia attuale traduzione dallo svedese e vari altri incarichi dallo spagnolo e dall’inglese (e, in un caso, verso l’inglese). Anche perché tradurre con questo spirito aiuta a comprendere meglio chi siamo, sondando zone del nostro essere “confinanti” con quelle degli autori tradotti, e suscettibili, in seguito, di essere approfondite nel corso di nuove opere scritte da noi, scendendo giù nel Sé o, meglio ancora, lasciandolo rivelarsi, sgorgare fuori spontaneamente.