“Qual è la filosofia dei pesci? Gli alberi ci vedevano, quando eravamo bambini? I funghi si curano di noi? In questa silloge poetica, tutti gli esseri viventi immaginabili, nella loro diversità, si incontrano intorno al mare inteso come elemento – ovvero all’acqua, origine e fine delle cose, dove la transitorietà dell’esistenza è intessuta nel moto ondoso di vita e morte del Tutto cosmico. Si svolge così un’esplorazione del rapporto dell’uomo con il mondo, dell’oceano dentro di noi e della nostra connessione con l’acqua. Un’esplorazione che prende spunto dalla recente morte del padre dell’autore, ruotandole costantemente attorno.”
Sono sempre stato affascinato dall’arte della recitazione, anche se come attore mi considero negato (partecipai a una recita al liceo, ma non era “il mio sport”). Eppure l’altro giorno, durante un tandem linguistico italo-francese con l’amica Cécile, mi è venuta in mente un’analogia che l’ha convinta e ha persuaso subito anche me: se nello scrivere si deve attingere dal pozzo della propria più profonda autenticità (dal Sé – di scrittori pieni di ego francamente non se ne può più), nel tradurre si agisce come attori che interpretano un ruolo. In altre parole, si può anche essere (molto) diversi dall’autore o dall’autrice che si sta traducendo, ma – quando la sintonia c’è, altrimenti meglio astenersi – ci si immerge in quel ruolo, in quella voce, e le si presta la propria voce nella propria lingua.
Sono considerazioni che svilupperò nelle mie prossime conferenze in Florida (dice: ti fai pubblicità? Sì, è il mio lavoro, non un hobby), e che ben si attagliano anche ai nuovi libri da me tradotti appena usciti o prossimi alla pubblicazione. Mi riferisco ad Habana Babilonia – grande reportage dello scrittore Amir Valle sull’universo della prostituzione (femminile e maschile) a Cuba, tradotto in molteplici lingue, censurato in patria e costato l’esilio all’autore, e ora giunto in Italia grazie a Golem Edizioni -, ma anche alla silloge poeticaLa composizione biologica di una goccia di acqua di mare porta con sé l’eco del sangue nelle mie venedel poeta faroese Kim Simonsen (in uscita per I Libri di Mompracem), che ho tradotto dall’inglese partendo dalla versione americana di Randi Ward e pur tenendo presente (con le mie limitate intuizioni legate alle consonanze del testo con la lingua svedese, e con l’aiuto di Randi) il testo originale faroese.
In questo volume poetico ho anche scritto una postfazione, nella quale ho enucleato tutti i contenuti contemplativi, filosofici ed estetici incastonati in quei viaggio in versi attraverso gli elementi, i dolori e i rimpianti propri dei luoghi della giovinezza del poeta, da lui rivisitati dopo la morte del padre.
In entrambe queste traduzioni non ho dovuto fare uno straordinario sforzo “interpretativo” nel senso attoriale di cui sopra, perché i due autori, pur molto diversi tra loro, presentavano e presentano degli elementi in comune con la mia indole, che racchiude in sé uno spirito contemplativo attento alle epifanie degli ambienti – lo sapete bene dal mio nuovo libro Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore) – e una ferma volontà di denuncia di ciò che non va nel mondo (lo saprà chi mi ha seguito durante la pandemia, ma anche chi ha letto la mia tetralogia di romanzi distopici Internet. Cronache della fine, edita da Galaad Edizioni).
Una grande fonte d’ispirazione, per chi scrive e traduce, sono i luoghi in cui svolge il suo lavoro. Questi rientrano tra i fattori ambientali che sostanziano l’esperienza del viaggiare, fornendo “mattoni” emotivi e cognitivi che poi contribuiscono a definire chi siamo o a farcene rendere conto, come già emerge dal mio libro Berretti Erasmus e come si vedrà con ancor più chiarezza nella mia nuova pubblicazione in arrivo nel febbraio 2025.
Lavorare a casa, sul proprio tavolo abituale (il mio è qui nella prima foto), o farlo in un’altra città o paese, in un pub, nel salotto o nella cucina di una residenza letteraria o nella hall di un albergo, sono tutte esperienze che impregnano di sé il testo che si sta scrivendo o traducendo, un po’ come un odore farebbe con la stoffa dei nostri vestiti. L’ambiente penetra nelle idee, alimentando le intuizioni come un humus. Ecco perché mi fanno ridere le anime candide che dicono che tutto questo “distrae”, o che mi criticano per il mio “disordine” (riferendosi appunto alle foto del mio tavolo da lavoro che ogni tanto pubblico sui social media). Non sanno di quello che parlano, forse perché non hanno idea del livello di complessità intellettuale e artistica del lavoro di uno scrittore e di un traduttore letterario, che richiede precisamente quel tipo di fermento per alimentare il metabolismo interiore da cui nascono le sue pagine. Comunque, non è di loro, cari fottutissimi jodedores (per fare il verso al grande Mario Monicelli), che volevo parlare.
I luoghi, insomma, sono fornitori di impressioni permanenti e risonanti, spunti che non esiterei a definire “quantistici” per la nostra mente e tutto il nostro holos fisico-intellettuale-emozionale, e ognuno interagisce con ciascuno di noi in modo diverso e puntuale. L’importante è saper seguire il flusso, calandosi negli ambienti quando e per come questi “chiamano.”
Ho appena completato la traduzione (dalla versione americana diRandi Ward) di una bellissima raccolta di versi del poeta delle Isole Fær Øer Kim Simonsen, che uscirà l’anno prossimo con la casa editrice I libri di Mompracem.
Foto di Kim Simonsen tratta dal suo profio Facebook
Tradurla in italiano (anche attingendo dal testo originale faroese, “mediato” dalle affinità che presenta con lo svedese, e grazie all’aiuto di Randi) e scriverne la prefazione sono state tra le mie esperienze di analisi del testo più profonde e interessanti degli ultimi anni (insieme alla traduzione di Lettere delle piante agli esseri umanidi Sanja Särman), e fonti esse stesse di preziosi spunti per le mie nuove ricerche sospese tra fisica, filosofia e letteratura, che mi porteranno ad proseguire in nuovi lavori le riflessioni condotte nel mio saggio narrativo (ancora inedito) Voci oltre il buio.