Fine di internet: la nuova edizione della mia tetralogia distopica

FINE DI INTERNET: LA NUOVA EDIZIONE DELLA MIA TETRALOGIA DISTOPICA

Da pochi giorni è disponibile la nuova edizione aggiornata (con una mia nuova introduzione sulle tematiche dell’IA e l’ottima prefazione di Sonia Caporossi) della mia tetralogia distopica sul crollo della Rete e le sue conseguenze, che esce col titolo Cronache della fine di Internet per Iliada Ediciones, la case editrice diretta dallo scrittore e giornalista cubano Amir Valle – di cui, come sapete, ho tradotto numerosi libri, gli ultimi dei quali sono Habana Babilonia e Il santuario delle ombre per Golem Edizioni.

Fine di internet

Per questa edizione, oltre alla prefazione di Sonia Caporossi, a suo tempo uscita – in relazione alla precedente edizione Galaad – su Nazione Indiana, ho inserito la mia prima introduzione (del 2021) e una nuova, più imperniata (in ottica critica) sul tema dell’Intelligenza Artificiale. Le riporto qui di seguito entrambe.

Da una Rete all’altra (2021)

Sono passati oltre dieci anni da quando iniziai a scrivere Sentieri di notte, il primo romanzo di quella che allora ignoravo che sarebbe diventata una quadrilogia. E il mondo è profondamente cambiato. Non solo per la diffusione capillare della Rete in tutto il pianeta – soprattutto sub specie social media – e per l’accen­tuarsi e il dilagare delle dinamiche della globalizzazione, ma anche per il radicalizzarsi dei problemi ecologici e degli aspetti deteriori del capitalismo finanziario; e, inoltre, per l’emergere sempre più frequente di governi sia pur democraticamente eletti, ma dai tratti autoritari e propugnatori di ideologie nazionalistiche.

È come se il mondo fosse stato steso e strizzato tra due estremi, l’uno tendente a un universalismo in gran parte deviato, e l’altro a una frammentazione di questo “tutto” in isole egoisticamente concentrate su se stesse. Per non parlare dell’ultima, grande e inusitata emergenza, quella della pandemia da coronavirus del 2020, che ha drammaticamente accentuato entrambi gli aspetti, invadendo ogni angolo della Terra in una sorta di parossismo globalizzante, ma insieme riducendoci alla necessità di distanziarci dal prossimo per esigenze di prevenzione.

Oggi, voltandomi indietro per un attimo e contemplando rapidamente tutto questo, mi rendo conto di una verità che inizialmente – e ancora per tanto tempo – non avevo voluto accettare, un po’ forse per modestia, ma soprattutto per paura: i miei romanzi si sono rivelati profetici. Non perché la Rete sia crollata o stia per farlo, ma perché le dinamiche di potere globale nascoste dietro il Sistema descritto in questi libri si sono realmente manifestate nel mondo, dentro e fuori del web, facendo del pianeta un unico contenitore privo di isole di silenzio, e al contempo lo hanno parcellizzato, rendendo la comunicazione tra gli esseri umani da un lato più agile e istantanea, dall’altro più autoriferita: come se fossimo – e in effetti, per tanti versi, siamo – monadi iperconnesse ma fondamentalmente sole.

C’è poi un altro aspetto, paradossale ma pur sempre consonante coi temi e le dinamiche della narrazione di tutti e quattro i libri della serie. Proprio nella recente emergenza sanitaria ci siamo accorti di come sia crollato praticamente tutto tranne il web: l’esatto opposto di quello che avviene nei miei romanzi. Eppure, da una parte abbiamo sentito spesso parlare del rischio di un sovraccarico e di una paralisi della Rete per l’improvviso picco di utenze (eventualità che ci porrebbe davanti al dramma di essere radicalmente isolati), dall’altra è emerso il forte bisogno di comunicare con gli altri, per cui il web ha mostrato tutti i suoi – da me mai negati – aspetti virtuosi, come strumento per costruire un ponte immateriale tra micro-mondi (le case delle persone in quarantena) forzatamente separati, indipendentemente dal fatto di trovarsi a metri o a migliaia di chilometri di distanza.

Tutto questo mi porta a parlare del perché ho ritenuto giusto e opportuno riunire Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito in un unico volume. Lungo l’arco dei quattro libri, infatti, si dipana una sequenza di movimenti – non solo dei protagonisti, ma degli stessi concetti che essi esprimono e degli stati emotivi che li attraversano – che tende a condurre da una Rete all’altra: da un mondo divenuto asfittico e opprimente per gli abusi insiti nella prima, alla nascita di una seconda, diversa e misteriosa, che si ricollega direttamente alle energie naturali più sottili e vitali. Si tratta principalmente di quello a cui stiamo assistendo oggi, con la conflittuale compresenza delle degenerazioni dell’uso dei social media (come le “fake news” e le aggressioni verbali tra utenti) e dei loro aspetti positivi, come il permettere a persone isolate o depresse di parlarsi e sostenersi, o la stessa circolazione di informazioni autentiche e preziose (non sempre, peraltro, diffuse dai media ufficiali) che stimolano un dibattito democratico ed edificante, nonché una valorizzazione della stessa fruizione della Natura come dimensione curativa e rasserenante per il corpo, la mente e lo spirito.

Non dico questo a caso: questi profili, e in particolare l’ur­genza della crisi ambientale – paradossalmente attutita dalla pan­demia e dal conseguente blocco di gran parte delle attività produttive e della circolazione dei mezzi –, sono infatti temi che si snodano attraverso tutti e quattro i libri della serie, come del resto il problema del rapporto del singolo con l’autorità non fondata su basi istituzionali, ma sul puro dominio giustificato dal potere del denaro. Anzi, la resistenza dell’individuo, schiacciato da forme di controllo sociale che proprio attraverso la Rete e le sue appendici tecnologiche sono diventate sempre più intrusive – come gli stessi smartphone, i droni e chissà quali altri ritrovati di ultimissima generazione – è assurta a essere il tema centrale, politico e filosofico, che sostanzia tutto il percorso della quadrilogia. Sì, perché non può esistere autentica condivisione umana – e dunque rete nel senso più profondo – ove venga meno la libertà personale. Ce lo ha insegnato tutta la letteratura distopica, da Huxley, Orwell e Bradbury a tutti i loro epigoni. E davanti alle molteplici e polimorfe espressioni di questa minaccia, al contempo indeterminata ed estremamente definita, l’unica vera rivoluzione è quella di rinascere interiormente, attraverso un percorso di presa di coscienza e di ricerca capace di condurci ad affrancarci dagli indottrinamenti di una “Matrix” di sistema, e rendendoci così veicoli di una nuova concezione della persona, ricentrata su se stessa e su una ritrovata armonia con la Natura – che peraltro non esclude un uso diverso ed eco-compatibile della tecnologia.

Siamo probabilmente all’alba di un nuovo mondo, i cui tratti ancora ci sfuggono e, a più riprese, ci inquietano. Ma ci troviamo anche ai prodromi di un’imprevista ed eccezionale scommessa: quella consistente nel fermarci e guardarci dentro, per poi rivolgere gli occhi nuovamente al mondo e contemplarlo, chiedendogli – e chiedendo a noi stessi – risposte. E mi riferisco a risposte che sono più sottili di qualunque sequenza binaria di “1” e di “0”, o dei pixel di qualsiasi immagine digitale, e che collimano e risuonano con la parte più viscerale della nostra psiche, là dove si annida quell’anima in cui si riverberano le più decisive dinamiche dello spirito.

Certo, tutto ciò ha un costo e presenta dei rischi. In altre parole, impone delle croci, e oggi più che mai. È una posta elevata ma determinante, come quella che i miei personaggi si ritrovano a mettere in gioco dal primo al quarto libro di questa “saga”. Ma sono convinto che sia l’unica che autenticamente conta e che – senza tema di esagerazione – potrà salvare noi e il mondo dalle terribili minacce che lo cingono d’assedio.

Il vuoto necessario (2026)

Pensare a una riedizione della mia tetralogia distopica in questo tempo di incessante martellamento sul “sol dell’avvenire” della cosiddetta intelligenza artificiale era doveroso. In primis, perché, non solo a causa del rapido progresso tecnologico, ma banalmente dello scorrere del tempo, parte delle vicende narrate – nello specifico, quelle del primo libro della serie Sentieri di notte (ambientato nel settembre 2025)– ha già cessato di essere un affresco distopico per diventare un’ucronia, ovvero una visione alternativa del passato. Visione alternativa che però si riallaccia, per il tramite di molteplici interrogativi, al(l’ancora per poco) futuro racchiuso nei successivi tre atti della serie (che si sviluppano tra il 2026 e il 2029), e più in generale al nostro futuro, che tendenzialmente è “già presente”, dato che il ritmo serrato delle innovazioni in ambito informatico lo fa durare sempre meno.

In sostanza, si tratta di un futuro in cui la dimensione della Rete e soprattutto quella dell’intelligenza artificiale minacciano di pervadere ogni recesso del nostro spazio, privandoci perfino della solitudine dei pensieri e del privilegio – per fortuna nostro esclusivo appannaggio, come ben sottolineato nei suoi libri dall’inventore del microchip Federico Faggin – della coscienza e dell’interiorità creativa. Ovvero, di quella dimensione fuori dal tempo (e, in sé, eterna) che è il sancta sanctorum dell’anima umana, cioè il “luogo senza spazio”, o meglio ancora, secondo il filosofo Hasdai Crescas (1340-1411) – come ricorda l’autrice svedese Sanja Särman nell’opera da me tradotta Lettere delle piante agli esseri umani –, il luogo dello spazio in cui si annida il Divino, e quindi anche Dio-in-noi.

Riflettere dunque su una concatenazione di eventi dalle ambientazioni assai varie e dalle numerose e stratificate chiavi di lettura, quali quelli che caratterizzano la mia saga, è quanto mai attuale e importante. Anche perché il suo obiettivo-orizzonte di riferimento è quello di una miglior integrazione tra l’uomo e la sua radice naturale – e perciò spirituale, dato che lo spirito è nella materia, pur non essendo limitato e vincolato a essa –, unitamente a un ripristino e rafforzamento della sua capacità di dialogo con se stesso e con l’Altro. Proprio le dimensioni minacciate ed erose dall’abuso di tecnologia e dalla delega a questa di pressoché ogni questione di pertinenza soggettiva e interpersonale, passando dai social media ai dispositivi di domotica con comando vocale, e ancora alle illusorie applicazioni creative dell’intelligenza artificiale, che altro non sono che ricombinazioni di contenuti originariamente creati dall’essere umano.

Ristabilire il contatto con il Sé e la Natura significa ricordarsi chi siamo, ma ancor prima che siamo, e conseguentemente esistiamo manifestando nel divenire delle cose del mondo la nostra identità più autentica. Che è poi il motivo per cui siamo nati e restiamo per un certo periodo su questo pianeta.

Il mio, in altre parole, non è un messaggio antitecnologico per partito preso, ma un avvertimento a futura memoria, un po’ come le briciole di Pollicino per non smarrirsi nel bosco di un’era che promette grandi traguardi ma potrebbe nascondere enormi insidie.

Se terremo sempre presente da dove veniamo e cosa desideriamo profondamente, e se avremo il coraggio di “fare vuoto” di tutto quell’affollamento di informazioni elettromagneticamente veicolate, potremo mantenere il (relativo) controllo del veicolo della nostra esperienza terrena, senza farci irretire da pericolose sirene e senza correre il rischio di non essere noi a usare la tecnologia, ma di esserne usati, plagiati e resi schiavi.

Legendarium tolkieniano scritto e parlato

LEGENDARIUM TOLKIENIANO SCRITTO E PARLATO

Due spunti di attualità letteraria legati a J.R.R. Tolkien, in questi giorni. Mi è appena giunto il nuovo numero di Weird & Fantasy Magazine (il n. 2) a cura di Luca Ortino, dove è stato ripubblicato il capitolo iniziale – dal titolo “L’inizio del percorso” – del mio saggio, ormai fuori catalogo, Nuova letteratura fantasy (edito da Eumeswil nel 2010), sul Legendarium tolkieniano letto in rapporto a vari autori “realistici” del Novecento.

Legendarium tolkieniano

Eccone un estratto:

“Che cos’è, dunque, (…) un universo possibile– corretta collocazione, come si diceva, della letteratura fantasy? In primo luogo è un mondo che non esiste (in senso stretto): in esso la vita si svolge su un pianeta che non è la Terra sulla quale viviamo noi lettori [1], ma uno diverso, con una geografia e una storia ben precise, e persino una cosmogonia e una teogonia articolate. In secondo luogo, è un mondo che, proprio in virtù della precisione e della coerenza intima dei tratti con cui è stato disegnato, non dà l’impressione di essere assurdo, nel senso sopra specificato, ma anzi altamente credibile. Tolkien, nel suo saggio Albero e foglia, si diffonde opportunamente sulle caratteristiche della creazione feerica[2], come lui chiama in sostanza ogni prodotto della genuina arte fantasy, ovvero la fiaba propriamente detta. Qui l’autore del Signore degli Anelli sottolinea proprio come il tratto saliente di Feeria sia la completa mancanza di agganci con la realtà concreta, il parlare di mondi totalmente altri dal nostro. L’abilità dello scrittore fantasy è quella di indurre il lettore a credere che quella sia la realtà, ovvero di generare un effetto di credenza secondaria: dimenticare che il mondo in cui le vicende narrate si svolgono non è reale, e al tempo stesso credere profondamente che lo sia per tutto il tempo della narrazione o della lettura. Qualunque elemento di raffronto con il mondo reale spezzerebbe quest’incantesimo, che non è cosa facile da realizzare, ma richiede un’arte e una cura per i particolari estremamente raffinate, quasi un dono elfico, per usare termini simili a quelle dello scrittore[3]. Ovviamente, se faccio riferimento alle sue parole, non è soltanto perché è l’autore del massimo capolavoro fantasy del Novecento, ma anche per la sua profonda competenza di studioso di lingua e letteratura antica inglese e sassone, e poi anche finnica e islandese, per non parlare della sua conoscenza delle mitologie celtiche, germaniche e mediterranee. Se Tolkien parlava – e scriveva –, lo faceva perché conosceva in profondità i materiali da cui poteva trarre ispirazione per creare le proprie storie.”

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Stig Dagerman, uno scambio di idee

STIG DAGERMAN, UNO SCAMBIO DI IDEE

Circa una settimana fa ho avuto un piacevole scambio di idee con Francesco Rinaldi, uno studente laureando in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi inerente alla produzione letteraria di Stig Dagerman e al suo portato filosofico e politico. Francesco mi ha contattato via email dopo aver letto la mia recente traduzione de L’isola dei condannati (edita da Ortica nel 2025) (qui la splendida recensione del Prof. Francesco Improta), e mi ha posto tre domande dense ed estremamente interessanti, che ben introducono alla presentazione del libro che avrà luogo al Centro culturale “Itaca” (Via di San Domenico 22, Firenze) il 18 marzo (alle ore 18).

Ecco qui di seguito il nostro scambio.

Stig Dagerman

FRANCESCO: Le chiedo innanzitutto come ha conosciuto Stig Dagerman e quale sorgente ha fatto sgorgare questa prima lettura. Nel caso in cui l’avesse intrapresa con qualche notizia in suo possesso, penso a quelle che più percuotono dopo un primo approccio alla biografia dagermaniana: lo spirito anarchico, il precoce suicidio e in generale quest’aura da prodigio dotato di un’umanità talmente vibrante da collassare su sé stessa; mi chiedo se queste notizie, anche se magari recepite dopo una prima lettura, l’abbiano già introdotta in un’atmosfera mitizzante. L’ha letto cercando già delle risposte che il peso della sua biografia porta inevitabilmente con sé?

GIOVANNI: In realtà io Stig Dagerman l’ho scoperto proprio grazie a questa traduzione, che mi è stata proposta da Ortica Editrice. Studio lo svedese da anni e lo parlo piuttosto bene, e avevo già tradotto Lettere delle piante agli esseri umani di Sanja Särman e Träbild. Sussurri da Gotland di Christian Stannow, ma non avevo ancora incontrato questo grande autore, perché non vengo da studi di letteratura scandinava, ma sono un vorace studioso di lingue, da diverse delle quali traduco professionalmente testi letterari, e sono inoltre uno scrittore dalla forte propensione filosofica. Ho quindi iniziato a esplorare le sue opere e la sua biografia grazie a questo libro, ma con una buona predisposizione di fondo, immergendomi sempre più nella proliferante vena del pensiero dell’autore e nei suoi tormenti con lo spirito di un essere umano che “sa cosa vuol dire” – perché di traversie interiori ne ho avute parecchie, anche se non mi ha mai sfiorato l’idea del suicidio. In tanti dei capitoli de L’isola dei condannati, insomma, mi sono “ritrovato” pur riconoscendomi diverso da lui, e questo ha ispirato il mio tradurre, facendomi immedesimare adeguatamente nel punto di vita e nella sensibilità di Dagerman. È stata una “mimesi senza confusione”, per così dire. Quanto al pensiero anarchico (in senso buono, ovvero la precedenza della legge morale rispetto alla legge positiva) mi trova concorde in quanto orizzonte di pensiero volto a considerare prima di tutto gli ultimi e gli svantaggiati. Io oggi ci arrivo dal punto di vista di un cristiano cattolico praticante, ma anche quando in passato ero ateo la pensavo esattamente allo stesso modo.

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Punto della situazione

PUNTO DELLA SITUAZIONE

Fare il punto della situazione” è un’espressione che mi è sempre stata antipatica. Come se uno dovesse seguire una tabella prestabilita in tutto quello che fa, quando invece le logiche dello spirito e della stessa fisica quantistica, che non a caso sono strettamente correlate tra loro, sono totalmente imprevedibili e impossibili da controllare. Tuttavia, almeno per il lavoro svolto tra luglio e agosto e per le prossime presentazioni de Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore), proverò a farlo.

Punto della situazione
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Traduzione letteraria e scrittura

TRADUZIONE LETTERARIA E SCRITTURA

Ieri, insieme al mio traduttore svedese Johan Arnborg, ho tenuto la mia prima conferenza su traduzione letteraria e scrittura presso il Consiglio degli Studenti della Facoltà di Lingue romanze e antiche dell’Università di Stoccolma.

Ringrazio moltissimo Theo e tutti gli studenti che hanno organizzato l’incontro, e posto alcune foto dell’evento, che è andato benissimo, con ottima partecipazione da parte degli studenti, molto coinvolti e partecipi, con domande interessanti e capaci di ispirare. (Non li vedrete nelle immagini solo perché l’Ateneo ha norme rigorose in materia di privacy.)

Traduzione letteraria e scrittura

Un momento della conferenza insieme a Johan Arnborg (foto scattata dalla studentessa Josefin)

Vorrei condividere qui l’oggetto della riflessione condotta con loro e con Johan, che servirà da riferimento anche per il secondo appuntamento universitario, in programma il 5 maggio alle ore 14 presso l’Unione degli Studenti della Facoltà di Studi Letterari dell’Università di Uppsala (Engelska Parken, sala 6-0023) e, spero, anche per altri event simili qui e altrove. Inoltre, mi fornirà ulteriori spunti utili per il mio saggio narrativo sulle mie esperienze meditative e spirituali e, auspicabilmente, per un futuro saggio sulla traduzione.

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Giovanni Agnoloni
Panoramica privacy

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