STIG DAGERMAN, UNO SCAMBIO DI IDEE
Circa una settimana fa ho avuto un piacevole scambio di idee con Francesco Rinaldi, uno studente laureando in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi inerente alla produzione letteraria di Stig Dagerman e al suo portato filosofico e politico. Francesco mi ha contattato via email dopo aver letto la mia recente traduzione de L’isola dei condannati (edita da Ortica nel 2025) (qui la splendida recensione del Prof. Francesco Improta), e mi ha posto tre domande dense ed estremamente interessanti, che ben introducono alla presentazione del libro che avrà luogo al Centro culturale “Itaca” (Via di San Domenico 22, Firenze) il 18 marzo (alle ore 18).
Ecco qui di seguito il nostro scambio.

FRANCESCO: Le chiedo innanzitutto come ha conosciuto Stig Dagerman e quale sorgente ha fatto sgorgare questa prima lettura. Nel caso in cui l’avesse intrapresa con qualche notizia in suo possesso, penso a quelle che più percuotono dopo un primo approccio alla biografia dagermaniana: lo spirito anarchico, il precoce suicidio e in generale quest’aura da prodigio dotato di un’umanità talmente vibrante da collassare su sé stessa; mi chiedo se queste notizie, anche se magari recepite dopo una prima lettura, l’abbiano già introdotta in un’atmosfera mitizzante. L’ha letto cercando già delle risposte che il peso della sua biografia porta inevitabilmente con sé?
GIOVANNI: In realtà io Stig Dagerman l’ho scoperto proprio grazie a questa traduzione, che mi è stata proposta da Ortica Editrice. Studio lo svedese da anni e lo parlo piuttosto bene, e avevo già tradotto Lettere delle piante agli esseri umani di Sanja Särman e Träbild. Sussurri da Gotland di Christian Stannow, ma non avevo ancora incontrato questo grande autore, perché non vengo da studi di letteratura scandinava, ma sono un vorace studioso di lingue, da diverse delle quali traduco professionalmente testi letterari, e sono inoltre uno scrittore dalla forte propensione filosofica. Ho quindi iniziato a esplorare le sue opere e la sua biografia grazie a questo libro, ma con una buona predisposizione di fondo, immergendomi sempre più nella proliferante vena del pensiero dell’autore e nei suoi tormenti con lo spirito di un essere umano che “sa cosa vuol dire” – perché di traversie interiori ne ho avute parecchie, anche se non mi ha mai sfiorato l’idea del suicidio. In tanti dei capitoli de L’isola dei condannati, insomma, mi sono “ritrovato” pur riconoscendomi diverso da lui, e questo ha ispirato il mio tradurre, facendomi immedesimare adeguatamente nel punto di vita e nella sensibilità di Dagerman. È stata una “mimesi senza confusione”, per così dire. Quanto al pensiero anarchico (in senso buono, ovvero la precedenza della legge morale rispetto alla legge positiva) mi trova concorde in quanto orizzonte di pensiero volto a considerare prima di tutto gli ultimi e gli svantaggiati. Io oggi ci arrivo dal punto di vista di un cristiano cattolico praticante, ma anche quando in passato ero ateo la pensavo esattamente allo stesso modo.
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