Legendarium tolkieniano scritto e parlato

LEGENDARIUM TOLKIENIANO SCRITTO E PARLATO

Due spunti di attualità letteraria legati a J.R.R. Tolkien, in questi giorni. Mi è appena giunto il nuovo numero di Weird & Fantasy Magazine (il n. 2) a cura di Luca Ortino, dove è stato ripubblicato il capitolo iniziale – dal titolo “L’inizio del percorso” – del mio saggio, ormai fuori catalogo, Nuova letteratura fantasy (edito da Eumeswil nel 2010), sul Legendarium tolkieniano letto in rapporto a vari autori “realistici” del Novecento.

Legendarium tolkieniano

Eccone un estratto:

“Che cos’è, dunque, (…) un universo possibile– corretta collocazione, come si diceva, della letteratura fantasy? In primo luogo è un mondo che non esiste (in senso stretto): in esso la vita si svolge su un pianeta che non è la Terra sulla quale viviamo noi lettori [1], ma uno diverso, con una geografia e una storia ben precise, e persino una cosmogonia e una teogonia articolate. In secondo luogo, è un mondo che, proprio in virtù della precisione e della coerenza intima dei tratti con cui è stato disegnato, non dà l’impressione di essere assurdo, nel senso sopra specificato, ma anzi altamente credibile. Tolkien, nel suo saggio Albero e foglia, si diffonde opportunamente sulle caratteristiche della creazione feerica[2], come lui chiama in sostanza ogni prodotto della genuina arte fantasy, ovvero la fiaba propriamente detta. Qui l’autore del Signore degli Anelli sottolinea proprio come il tratto saliente di Feeria sia la completa mancanza di agganci con la realtà concreta, il parlare di mondi totalmente altri dal nostro. L’abilità dello scrittore fantasy è quella di indurre il lettore a credere che quella sia la realtà, ovvero di generare un effetto di credenza secondaria: dimenticare che il mondo in cui le vicende narrate si svolgono non è reale, e al tempo stesso credere profondamente che lo sia per tutto il tempo della narrazione o della lettura. Qualunque elemento di raffronto con il mondo reale spezzerebbe quest’incantesimo, che non è cosa facile da realizzare, ma richiede un’arte e una cura per i particolari estremamente raffinate, quasi un dono elfico, per usare termini simili a quelle dello scrittore[3]. Ovviamente, se faccio riferimento alle sue parole, non è soltanto perché è l’autore del massimo capolavoro fantasy del Novecento, ma anche per la sua profonda competenza di studioso di lingua e letteratura antica inglese e sassone, e poi anche finnica e islandese, per non parlare della sua conoscenza delle mitologie celtiche, germaniche e mediterranee. Se Tolkien parlava – e scriveva –, lo faceva perché conosceva in profondità i materiali da cui poteva trarre ispirazione per creare le proprie storie.”


[1] Questo può essere peraltro vero per il fantasy in genere. Va però specificato che Tolkien, nel suo epistolario (v. Nota alla recensione di W.H. Auden del Ritorno del Re in J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, ed. Bompiani, 2001, pag. 270), ricorda che la Terra di Mezzo non è un mondo immaginario, ma l’oikoumene, “il posto degli uomini”, ovvero la nostra stessa terra; “solo il periodo storico è immaginario”, spiega. Resta comunque vero che egli fa qui riferimento a un’antichità mitica e archetipica, che non coincide con la storia reale del nostro mondo: rispetto ad essi, dunque, la Middle-earth comporta pur sempre un passaggio in una dimensionealtra rispetto a ciò che siamo abituati a vedere.

[2] In sostanza, l’universo fatato, dalla stessa radice dell’aggettivo inglese fairy, che appunto vuol dire “fatato”.

[3] V. lettera a Michael Straight (abbozzi) del gennaio o febbraio 1956 (n. 181 di La realtà in trasparenza, op. cit., pag. 267). Ovviamente, in un universo altro possono manifestarsi sia tratti fortemente somiglianti a quelli del mondo reale, sia aspetti “assurdi” in base ai parametri della nostra dimensione (ovvero aspetti di favolistica), ma non sono né gli uni né gli altri a definirlo, bensì proprio l’alterità di quell’universo (cioè il suo essere un “altro universo possibile”, distinto dal nostro) e l’effetto di credenza secondaria che le vicende che vi si ambientano sanno produrre nel lettore. Quindi, nonostante la presenza di quei tratti realistici o favolistici, il contesto rimane indubitabilmente fantasy.


Strettamente correlati a queste riflessioni, come del resto tutto ciò che attiene al Legendarium tolkieniano, sono i temi al centro del volume bilingue a mia cura e per la mia traduzione Tolkien. Light and Shadow / Tolkien. La Luce e l’Ombra (Kipple Officina Libraria, 2019), che ho già presentato all’Accademia del Poggio di Montevarchi il 19 dicembre 2025 insieme alProf. Lorenzo Tanzini, docente di Storia Medievale, e che mercoledì 4 febbraio alle ore 18 torneremo a presentare insieme (con la partecipazione anche dell’editore e scrittore Lukha B Kremo) a Firenze al Centro culturale “Itaca” (in Via di San Domenico 22), su gentile invito del giornalista e scrittore Paolo Ciampi.

Legendarium tolkieniano 2

Ecco un estratto dal capitolo introduttivo che ho scritto per fare una sintesi dei contenuti dell’opera e ricordare i vari autori di provenienza internazionale che vi hanno contribuito:

“Quanto alla contrapposizione tra Ombra e Luce, Tolkien nega che si debba guardare a questi ‘opposti’ come agli ‘assoluti’ entro cui interpretare le vicende narrate nel suo romanzo. Afferma invece che si tratta di modalità di espressione delle vicende dei personaggi, che vanno considerate in termini concreti, poiché la subcreazione presuppone il salto nella dimensione del fantastico e la mancanza di ‘ponti’ con il mondo reale. Insomma, per tutta la durata della storia il mondo è quello, che non vuole ‘rappresentare’ meccanicamente alcunché del mondo reale. Altrimenti si avrebbe un’allegoria, e verrebbe meno la sospensione dell’incredulità, ovvero appunto l’immedesimazione nel mondo parallelo generato dalla fantasia. Il significato dell’affermazione per cui “l’unica allegoria coerente è la vita reale” sta proprio nel fatto che è la concretezza, ovvero l’immediatezza e la forte persuasività dei fatti narrati – come, appunto, succede nella vita reale –, a garantire quella ricchezza e pregnanza di significati che emergono dalla storia. Solo a queste condizioni, che sono quelle di una completa immersione nella vicenda narrata, si realizza la sequenza Evasione-Ristoro-Consolazione, ovvero l’intero ciclo della creazione (e credenza) secondaria, che culmina con l’eucatastrofe, cioè con la catastrofe positiva, il lieto fine mai scontato che sprigiona una

Gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore.

                                                       (J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, ed. cit., pag.86)

Quindi, se fossimo di fronte a un’allegoria, e la Luce e l’Ombra fossero gli ‘assoluti’ all’interno dei quali interpretare gli eventi della Terra di Mezzo (e di Arda in genere, si potrebbe dire), si avrebbe al limite un’Evasione, ma non un’autentica esperienza subcreativa. Questa si realizza invece in quanto l’Ombra, come dice Tolkien (ma chiaramente questo vale anche per la Luce) emerge come “uno dei modi” di espressione delle vicende concrete dei personaggi. Così la lotta per far emergere la Luce dall’Ombra (o nonostante l’Ombra) è reale, e le sue molteplici valenze (filosofiche, spirituali, etiche) esistono in quanto esiste il livello puramente narrativo, che è la vita reale nella dimensione parallela in cui ci siamo immersi. Non solo, ma poiché questa vita reale del mondo parallelo è fatta degli stessi materiali emotivi – non a caso Tolkien identifica l’Ombra con la Paura – del mondo che abbiamo momentaneamente lasciato per calarci nell’universo della sua immaginazione, ci riconosciamo profondamente nello svolgersi concreto dei fatti in quel mondo. Quell’universo di emozioni che veniamo conoscendo attraverso i territori di Arda ci permette insomma di attingere a un bacino energetico che costituisce un vero ‘ponte’ con il mondo reale. E in questo ‘renderci conto’ si realizza il Ristoro, che prepara alla profondità dell’intuizione luminosa in cui consiste la Consolazione. Così l’Eucatastrofe, quando avviene, diventa un’esperienza concreta, che possiamo portare con noi, ormai tornati nel ‘mondo di qua’.

Luce e Ombra, dunque, appunto, come temi di fondo, il che non significa ‘assoluti’, ma manifestazioni del reale: del ‘reale’ dell’universo tolkieniano subcreativamente narrato e del nostro reale che, attraverso l’esperienza subcreativa, arriviamo a riscoprire. In altre parole, Luce e Ombra sono termini di riferimento – e direi quasi di ‘raggruppamento’ – del ricco e complesso materiale emotivo sollecitato dalla lettura delle opere di Tolkien. Dove l’una (l’Ombra) si ricollega alla Paura, l’altra (la Luce) è un riflesso di quel divino che è fonte di ispirazione dell’intera opera del Professore di Oxford, pur non pesando mai (né dichiarandosi mai esplicitamente) sulla sua produzione letteraria.[1] Sono, appunto, manifestazioni emotive dei fatti che succedono nella Terra di Mezzo e nel resto di Arda. 

Proprio in questo senso i contributi di questa antologia andranno a toccarne ed evidenziarne diverse valenze. Non vogliamo e non possiamo trattare la Luce e l’Ombra come ‘assoluti’, ma certo come le espressioni più frequenti e poliedriche delle complesse vicende narrate nelle opere del Professore. In qualche modo, sono il ‘materiale trasversale’ che ricorre in tutti o quasi i contesti narrativi e di riflessione inerenti al suo Legendarium.

Diversi, infatti, sono i motivi ispiratori e gli approcci seguiti nei saggi che leggerete in questo libro.

Roberto Arduini, nel suocontributo Lo Hobbit: stilemi fiabeschi dell’opposizione tra luce e ombra, parte dal presupposto che Tolkien si era messo alla ricerca di un mito integralmente inglese, scartando leggende ‘importate’ come il ciclo di re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda e analizzando i più grandi maestri in questo campo, da Chaucer a Milton, da Shakespeare a Morris. Arriva così a sottolineare come ne Lo Hobbit, storia pensata per bambini, l’opposizione tra Luce e Ombra svolga un ruolo estremamente importante.Il Professore era infatti convinto che esistesse un legame profondo tra i bambini e le fiabe. 

Patrick Curry, in L’incantesimo in Tolkien e nella Terra di Mezzo, effettua una disamina degli aspetti salienti del tema dell’incantesimo, strettamente legato alla natura elfica e centrale nell’arte subcreativa tolkieniana, colta nella sua dialettica energetica di fondo, che racchiude Luce ed Ombra. Si apre così a considerazioni di ordine filosofico e spirituale, con riferimenti non solo al cristianesimo, ma anche al buddhismo.

Colin Duriez, in Forze demoniache e immagini del male in Tolkien, tratta il tema del rapporto tra Bene e Male nel Legendarium tolkieniano, effettuando un confronto tra la visione manichea (dualistica) dello stesso e quella d’impostazione agostiniana, per cui il Male non ha una sostanza in sé, ma è la perversione del Bene. Effettua così anche dei confronti con altri autori fantastici, tra cui gli Inklings C.S. Lewis e Charles Williams, e l’ autrice della serie di Harry Potter,J.K. Rowling.

John Garth, con il suo Visioni di guerra nelle Paludi Morte, offre una penetrante trattazione della genesi del capitolo del Signore degli Anelli che descrive l’attraversamento delle Paludi Morte da parte di Frodo, Sam e Gollum, e individua la radice dei suoi desolanti scenari nei ricordi delle esperienze vissute da Tolkien durante la Prima Guerra Mondiale.

Gino Scatasta, in Tolkien, nostro contemporaneo? Un esperimento di ‘mooreeffochismo’, affronta il problema della dialettica tra Luce e Ombra in Tolkien come un aspetto del tema più ampio della sua contemporaneità. Analizza la questione dal punto di vista dei valori toccati dalle opere del Professore e della loro permanenza o tendenza evolutiva nel tempo, anche alla luce di un confronto con altri importanti autori classici e contemporanei.

Il contributo di Guglielmo Spirito (La ‘Luce della Santità’: il potere curativo della narrativa tolkieniana)consiste in una trattazione delle radici cristiane del tema della Luce e dell’Ombra nel pensiero di Tolkien. Contiene molteplici riferimenti alla tradizione mistica del cristianesimo occidentale e orientale, che offrono chiarimenti esemplari rispetto al sostrato fideistico che anima e percorre l’intero Legendarium tolkieniano.

Michaël Devaux, in “L’Ombra della Morte” in Tolkien, svolge un’analisi approfondita del tema della morte e della paura della morte nelle razze elfica ed umana, in relazione ai temi della mortalità degli uomini (destinati a uscire dai confini del mondo, appunto morendo) e dell’immortalità degli elfi (legati però al destino di Arda).

Thomas Honegger, con Più Luce che Ombra? Approcci junghiani a Tolkien e all’immagine archetipica dell’Ombra, compie un’operazione di scavo psicologico nei personaggi tolkieniani alla luce dei concetti di fondo della psicologia junghiana, passando in rassegna gli studi letterari che fino ad oggi hanno privilegiato questo tipo di analisi. L’Ombra, in quest’ottica, è il fondamentale archetipo junghiano, laddove la Luce emerge come quella del riconquistato Sé.

Michael D.C. Drout, in Luce e Ombra, Trionfo e Caduta nella lettura del Silmarillion, fotografa l’ombra del dolore e la luce di un conforto che nasce sua accettazione, lenita dalla nostalgia, nelle pagine del Silmarillion, prendendo spunto dalla sua personale vicenda biografica di bambino, quando, all’età di nove anni e nel bel mezzo di una terribile tempesta di neve, si trovò, per un gradito regalo di Natale, a scoprire per la prima volta il magnum opus di Tolkien, che era stato pubblicato solo l’anno prima.

Infine, il mio saggio Tolkien. L’Ombra della Paura e la Luce del Desiderio analizza i due poli dell’oscuro e del luminoso in chiave psicologico-energetica. Alla luce di considerazioni di stampo  junghiano, che trovano riscontro nelle tradizioni mistiche occidentali ed orientali, il tema dell’Ombra si può ricondurre all'(eccesso di) attività razionale, laddove la luce (del Sé) tende ad emergere dove riesce ad operare l’intuito, voce dei desideri più profondi, in cui si esprime l’identità individuale. Ce lo dimostra uno studio comparato di alcuni personaggi del Professore.”


[1] Come ben sottolineato da Tolkien nella bozza della sua lettera a Carole Batten-Phelps (la n.328, dell’autunno del 1971 – v. La realtà in trasparenza, ed. cit., pag. 465), citando le parole di un “non credente” (o quasi), che gli aveva detto che lui aveva “creato un mondo che sembra pervaso da una fede che non proviene da alcuna fonte visibile, come se una luce splendesse ma senza che si veda la lampada” (trad. C. De Grandis).

Giovanni Agnoloni
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