Stig Dagerman, “L’isola dei condannati”

STIG DAGERMAN, “L’ISOLA DEI CONDANNATI”

Oggi esce quello che forse è stato il mio lavoro di traduzione più impegnativo fino ad oggi, al quale ho dedicato tutto il 2025. Si tratta di un capolavoro della letteratura svedese del Novecento: L’isola dei condannati di Stig Dagerman, pubblicato in questa nuova edizione italiana da Ortica Editrice con il contributo della Fondazione C.M.Lerici (presso l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma). Un testo ipnotico e rivelatore, nel tradurre il quale mi sono più volte imbattuto in singolari (direi anzi “sincronicistiche“) assonanze con gli stati d’animo evocati dalle paradossali vicende narrate.

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Dal primo risvolto di copertina:

Immagini di terrore, di incubo circondano sette naufraghi (due donne e cinque uomini) – protagonisti di questo secondo romanzo di Dagerman – che aspettano la morte su un’isola misteriosa, immaginaria, dove sono stati scaraventati con poca acqua e poco cibo, feriti nel corpo e soprattutto nello spirito. Un’isola simbolica in cui i naufraghi vengono sottoposti alle sofferenze del mondo con la possibilità per il lettore di “osservarle, di comprenderle e combatterle sul piano del possibile”. I naufraghi sono preda dei loro incubi, delle loro paure più profonde. In mezzo ad una natura nemica, i sette personaggi portano in scena una furia distruttiva senza salvezza. Ognuno di loro, nel comune destino che li accerchia, raffigura una particolare forma di paura, una particolare forma di angoscia. Senso di colpa, solidarietà, individuo contro organizzazione sociale, solitudine, tempo, dolore, pervadono questo romanzo onirico realistico simbolico.

L’isola dei condannati è un libro denso di surrealismo ma anche della sostanza materica della realtà, con i suoi traumi e le sue liberazioni, le sue esaltazioni e le sue solitudini. In questo senso è un è racconto catartico, che, insieme al resto della produzione di Stig Dagerman (su tutte le altre opere, ricordo il reportage sulla Germania post-bellica Autunno tedesco e il romanzo Bambino bruciato, editi da Iperborea), ha fatto sì che l’autore, pur morto assai giovane, lasciasse una traccia densa e profonda nella storia letteraria svedese e internazionale.

Dal secondo risvolto di copertina:

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Stig Dagerman (foto di pubblico dominio)

Stig Dagerman (1923-1954). Scrittore, giornalista e anarchico svedese. Morì suicida a 31 anni. Abbandonato dalla madre in tenera età, visse con i nonni paterni nella loro fattoria fino al 1940, anno della loro morte. Quindi raggiunse il padre, operaio, a Stoccolma. Tramite lui, Dagerman venne in contatto con il movimento anarco-sindacalista e si riconobbe immediatamente nei valori di giustizia sociale e di libertà che caratterizzano l’ideologia anarchica. La sua fu una scelta di impegno etico e politico, frutto della volontà di mettersi dalla parte degli sconfitti.

L’isola dei condannati ha rappresentato per me uno sforzo straordinario sul piano traduttivo, per la sua sintassi estremamente complessa e per la sua straordinaria densità poetica, sia pur in prosa. A tratti mi sembrava di tornare ai tempi del liceo, con le enigmatiche traduzioni di autori greci come Demostene, Tucidide o Platone. In effetti, dalle sue pagine traspira un anelito politico (trattandosi comunque di un micro-nucleo sociale di “fuggitivi”, anche se non per propria scelta), di consapevolezza storica (venata dall’amarezza della coscienza delle ingiustizie del mondo) e filosofico (poiché spesso le riflessioni e le conversazioni dei personaggi ricordano i dialoghi platonici o dei sillogismi aristotelici imperfetti – dato che nella vita raramente le equazioni della logica tornano, e la misura degli eventi, come anche del tempo, è puramente interiore e spesso insondabile).

Forse è proprio per questo che, pur con tutte le difficoltà tecniche di un testo che perfino amici svedesi mi hanno confessato di trovare a volte ostico sul piano linguistico, ogni volta che coglievo il significato di un lungo paragrafo descrittivo senza punti fermi o di un’articolata riflessione onirica di un personaggio, la resa italiana mi usciva fluida, in un fiotto, proprio come fanno le rivelazioni interiori frutto di lunghe e tormentate meditazioni, ma che alla fine, semplificate come un calcolo matematico, scorrono libere e senza impedimenti.

Tutto questo, per dire che il mio scopo principale, sempre rispettando filologicamente il testo originale, è stato quello di far sì che il lettore italiano potesse gustare la bellezza del romanzo e la ricchezza delle sue implicazioni senza risentire di certe sue inevitabili complessità. E in fondo mi dico che il lavoro del traduttore (che sfido qualunque intelligenza artificiale a compiere) è questo: interpretare e rendere al meglio nella sua lingua un testo che, nell’idioma di origine, inevitabilmente segue altre logiche, altre armonie, e così farlo andare il più speditamente (che non vuol dire “frettolosamente”) possibile, esattamente come quando in bicicletta si trova il rapporto giusto in relazione alla strada che si sta percorrendo.

Concludo citando uno dei passi più belli del libro di Stig Dagerman, tratto dal retro di copertina, che sintetizza in sé tutta la carica viscerale e passionale che impregna ogni pagina di questo straordinario romanzo:

Chi non teme la vita nemmeno la amerà, chi non nutre la paura dentro di sé non vi reperirà nemmeno il coraggio, chi non teme la morte non potrà neanche morire con dignità, e chi non teme se stesso non potrà neppure amare un’altra persona.

Playlist dello scrittore-traduttore

PLAYLIST DELLO SCRITTORE-TRADUTTORE

Come dicevo l’altro giorno – per citare mio padre -, col nuovo anno “si prospetta un gran movimento” in punto di scrittura e traduzioni. E quando si tratta di fare afterhour a scrivere, tradurre e revisionare, la musica è un grande aiuto alla concentrazione e alla fluidità del lavoro, oltre che, semplicemente, una splendida compagnia. E allora eccovi qui servita una possibile playlist, utilizzabile dai colleghi ma anche da chi svolge altre attività al computer o comunque in casa.

Playlist
La mia chitarra con le corde appena sostituite

Negli anni ho attraversato varie ondate d’interesse per determinati generi e artisti musicali. Alcuni di questi, poi, si sono consolidati nel tempo, diventando anche per me (o a volte, magari, solo per me), degli evergreen. Le mie prime “fisse” sono state per nomi universali come quelli dei Beatles, intesi tanto come gruppo quanto come i singoli membri del quartetto nelle loro carriere da solisti – a tal punto che loro e le loro canzoni ricorrono in tutti gli “atti” della mia tetralogia distopica Internet. Cronache della fine, e saranno pure citati nel mio diario di viaggio filosofico in uscita a fine febbraio con Ediciclo. In particolare, un pezzo che in realtà è un frammento di un jingle formato da tre, ovvero Golden Slumbers e che, chissà perché (magari per via della mia insonnia latente), per me è diventato una specie di mantra incoraggiante. Oltre a infiniti altri, con una particolare predilezione per la produzione di George Harrison (e soprattutto per While my Guitar Gently Weeps).

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Nuovo anno in arrivo

NUOVO ANNO IN ARRIVO

Fare un bilancio degli ultimi dodici mesi in attesa del nuovo anno in arrivo è una cosa che va di moda, ma che secondo me va presa un po’ come gli schemi nelle tattiche calcistiche: uno dice 4-3-3, 3-5-2, 4-4-2 e così via, però alla fine conta il movimento degli uomini in campo e l’impressione (reale) di compattezza o meno che la squadra dà mentre gioca.

Allo stesso modo, quando (ri)penso ai miei “trascorsi”, vedo e mi interesso veramente solo alle linee di tendenza generali, ai fraseggi esistenziali che mi hanno visto scrivere, tradurre e viaggiare con uno scopo ben chiaro in mente e (per fortuna) andare avanti, sia pur con qualche fase difficile. Ma si sa – e anche qui il calcio giunge in mio soccorso -, le grandi vittorie sono quelle che arrivano attraverso partite combattute.

Nuovo Anno
Il presepe installato all’esterno della chiesa di San Lorenzo a Ponte a Greve (Firenze) (la mia parrocchia)

La cosa che mi fa maggiormente piacere è vedere che la grande crisi indotta dalla pandemia, dalle guerre e da chi ci ha lucrato e ci sta ancora lucrando (con buona pace delle centinaia di migliaia di innocenti che ci lasciano la pelle – ma le cose cambieranno nel nuovo anno, lo spero fortemente e lo sento), sta passando. Tanti di coloro che, me compreso, hanno avuto fasi alterne nel lavoro a causa del cordoni della borsa tirati nel campo editoriale (e non solo) stanno rifiatando e ricominciando a lavorare a ritmo serrato. E la recente impennata delle traduzioni mi fa anche capire, come ho già sottolineato nei miei precedenti articoli, che il tanto temuto effetto devastante dell’Intelligenza Artificiale (di cui parlerò con il collega Mauro Caneschi al centro culturale “Itaca”, a Firenze, l’8 gennaio) non c’è stato né ci sarà, in ambito editoriale. Lo dimostra il fatto che presto tornerò a occuparmi di traduzioni di guide turistiche, cosa che già facevo dieci-quindici anni fa, quando le tariffe erano addirittura più basse, il che significa che perfino in un settore non altamente letterario come questo la sensibilità umana viene apprezzata, impiegata e ben retribuita nonostante la facile tentazione dell’IA.

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Qui e ora, dalla Maremma a Firenze

QUI E ORA, DALLA MAREMMA A FIRENZE

Il consueto soggiorno maremmano mi ha portato a un risultato che non speravo di raggiungere. E, come spesso mi succede, l’ho raggiunto all’ultimo minuto. Quasi sempre, quando sono in questa parte della Toscana, scendo in uno stato di profondo rilassamento, che però fino ad oggi era stato sempre contrastato dal chiacchiericcio mentale, ragion per cui non arrivavo mai fino in fondo, al completamento del percorso.

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Un tratto della spiaggia nei pressi di Follonica, guardando verso il Puntone (foto mia)

Quest’anno, invece, poco prima di ripartire per Firenze, mi sono accorto che era caduto ogni velo. Guardavo davanti a me, oltre il limite delle mie ginocchia, verso la collina di Scarlino, e vedevo peli (miei), erba, acqua (della piscina del Ranch), cipressi e case antiche, ed erano veramente , e io con loro, senza più schermi, senza più filtri. Ero radicato in quel momento, ma insieme fuori dal tempo. Forse per la prima volta in anni, la mia siesta era stata veramente una siesta. Completa. Definitiva. Mi sono alzato per prendere la macchina e partire con la sensazione di aver concluso un lunghissimo percorso, che già in Svezia, a luglio, aveva conosciuto un momento decisivo.

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Scarlino (foto mia)

Sono tutte considerazioni consonanti con quanto leggerete l’anno prossimo nel nuovo mio libro di viaggio, ma anche col mio saggio Voci oltre il buio, che ho terminato da poco e sto revisionando (ma che ancora non so quando uscirà), e inoltre andranno ad alimentare la seconda parte del mio noir Ladro di stanze, ambientato proprio in quei luoghi maremmani e poi in Umbria.

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Seguire il flusso (dalla Svezia)

SEGUIRE IL FLUSSO (DALLA SVEZIA)

Mentre porto avanti il soggiorno svedese, che pian piano volge a conclusione, mi rendo conto che non esistono vere “fini”, se non per chi è incapace di leggere un filo conduttore nel proprio percorso esistenziale.

Stasera i miei amici poeti danesi Kenneth Krabat e Cindy Lynn Brown ripartono per Copenaghen, e la nostra giornata insieme nel parco di Djurgården, a Stoccolma, è stata piena di confronti e progetti condivisi, ognuno proiettato su un futuro fatto di scrittura e di lingue, e insieme ciascuno aperto sulla ricchezza di sfaccettature che scrivere e parlare in lingue diverse (e quindi tradurre da/verso lingue diverse) apre nella personalità di ogni individuo.

Seguire il flusso
Un tratto del parco nell’isola di Djurgården a Stoccolma (foto mia)

Non abbiamo – non ho – rimpianti quando si avvicina la fine di un viaggio. Non più. Penso piuttosto a quello che viene, al lavoro che ho sviluppato mentre ero qui e che porterò avanti a Firenze e altrove. E così loro, che confido di rivedere presto, magari nella bella residenza letteraria di Paolo Ciampi “Itaca”.

Intanto, penso di continuare semplicemente a seguire il flusso. È così, del resto, che visualizzo la stessa lingua svedese, come ho già scritto nei giorni scorsi: fatta di acqua, legno e verde. Proprio gli elementi che qui abbondano, e che confido mi portino ancora avanti nella pratica di un idioma che sento sempre più mio, sia per i progressi fatti nel parlarlo (anche se devo ancora mangiare tanta pappa, come si dice dalle mie parti), sia come essere umano in genere – senza più prestare attenzione a tante remore mentali, ma godendo piuttosto di una fluida superficie di scorrevolezza, carica del profondo che c’è sotto ma non più sua prigioniera.

Recensioni e riepiloghi

RECENSIONI E RIEPILOGHI

Dopo gli ultimi annunci, sono in piena attività, legata non solo agli eventi di maggio e giugno e alle scritture e traduzioni in corso, ma anche a un’impennata (occasionale, perché dipende sempre dal tempo disponibile e dall’ispirazione del momento) della mia attività di recensore.

Sono da poco uscite, rispettivamente su La Poesia e lo Spirito e su Lankenauta, le mie recensioni di due ottimi libri, Materiali onirici di un somarello marino, di Marino Magliani (per Hopefulmonster, collana “Pennisole”, diretta da Dario Voltolini) e Storie di amori e migrazioni sull’isola dalle ali di farfalla di Tito Barbini (per Arkadia, collana “Eclypse”), due romanzi atipici, diversi tra loro ma legati dal filo conduttore del mare, visto – in un certo senso – in tutti e due “da dentro”: in quello di Marino Magliani, perché si cala nel punto di osservazione ed esperienza di una sorta di cavalluccio marino, che desidera uscire dai fondali noti per affrontare il grande mondo là fuori, e in quello di Tito Barbini perché il cuore dell’azione e dei pensieri è un’isola circondata dalle acque del Mediterraneo, Astypalea, nel Dodecaneso, nella quale s’intrecciano destini di abitanti del posto e profughi siriani in fuga dalla guerra.

Ecco due estratti. Il primo, dalla recensione sul Somarello di Magliani:

Recensioni Marino

“Qui ci immergiamo direttamente nelle profondità del mare, fin nel cuore dei suoi fondali, per andare ad appuntarci nel punto di vista di una delle sue creature, una sorta di cavalluccio marino (in curiosa assonanza col nome dell’autore) che, stufo della solita vita e soprattutto desideroso di vedere “la pelle del mare”, ossia la superficie, con le prospettive di mondo che se ne spalancano, dopo essersi consultato con un altro membro della sua specie che racconta di aver fatto quel viaggio, parte anche lui per un’avventura che lo porterà dove non pensava.

È in questo rovesciamento di prospettiva, unito al carattere coinvolgente della storia – quasi una favola nello spirito di Esopo o di Fedro – che sta la chiave vincente di questo romanzo. Romanzo, sì, ribadisco, perché contiene in sé un articolato svolgimento che, passando attraverso la peripezia “eroica” – direi la quest – del protagonista (che per inciso si chiama Pippo o Pippocampo), attraversa tutto il campionario delle emozioni umane, dalla noia alla curiosità, dall’esaltazione del viaggio all’angoscia delle insidie che il mondo ignoto potrebbe presentare, dalle prigioni (leggi: “acquari”) all’amore, corrisposto o meno che sia.”

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Ganesh Del Vescovo in concerto al “Lyceum” di Firenze

GANESH DEL VESCOVO IN CONCERTO AL “LYCEUM” DI FIRENZE

Il concerto di ieri del Maestro Ganesh Del Vescovo al Lyceum Club Internazionale di Firenze è stata l’ennesima, poderosa rivelazione della grandezza della sua musica. E non prendetela come l’entusiastica affermazione di un allievo e amico, quale sono, del musicista e compositore. È semmai il parere sentito e consapevole di una persona che, anche per propensione artistica e professionale, ha nel suono il fondamento del proprio lavoro di scrittore e traduttore letterario.

Ganesh Del Vescovo

Il programma, che vedete nella foto, aveva una struttura interessantissima, che partiva dal Novecento con alcuni pezzi semplici ma dalle armonie magnetiche di Stravinskij, per poi passare attraverso un percorso di musiche rinascimentali e barocche, tra Lully (rivisitato da De Visée), Domenico Scarlatti e Girolamo Frescobaldi, trascritte dallo stesso Maestro Del Vescovo e da lui interpretate con diverse chitarre, tra cui la famosa Ramírez del Maestro Álvaro Company (colui che “scoprì” Ganesh ancora ragazzo) e una splendida “chitarra d’amore” a 8 corde accordata in fa diesis. Queste esecuzioni trascinavano in una dimensione antica e carica di risonanze di luoghi primigeni, preparando alla seconda parte del concerto, con gli straordinari quattro Paesaggi sonori, gli ultimi e per me più bei pezzi di Ganesh Del Vescovo.

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Lingua svedese e altre riflessioni

LINGUA SVEDESE E ALTRE RIFLESSIONI

Lo svedese è l’ultima lingua (finora) che ho studiato, e l’ho amata fin dall’inizio per la sua musicalità, anche se la comprensione orale e la pronuncia sono toste. Tra l’anno scorso e questo ho tradotto – ed è da poco uscita – la raccolta di epistole di Sanja Särman Lettere dalle piante agli esseri umani (per Ortica Editrice), di cui abbiamo parlato in varie occasioni e che sta andando benissimo sia come recensioni (ricordo con particolare affetto quella del Prof. Francesco Improta), sia come risposte da parte dei lettori.

In attesa della prossima presentazione italiana, il 17 maggio alle 18,30 al Giardino delle Rose a Firenze, con Paolo Ciampi, la settimana prossima (il 4 maggio) lo presenterò a Stoccolma con l’Autrice presso Rönnels Antikvariat (Birger Jarlsgatan 32) (alle ore 17), con l’intervento musicale del gruppo Blomsterunge.

Lingua svedese

A parte ciò, nei giorni immediatamente precedenti e successivi interverrò a due incontri universitari sul tema della traduzione letteraria, collegata alla scrittura e al suono:

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Francesco Improta recensisce “Lettere delle piante agli esseri umani”

FRANCESCO IMPROTA RECENSISCE “LETTERE DELLE PIANTE AGLI ESSERI UMANI”

Ringrazio di cuore il Prof. Francesco Improta, grande critico letterario, per questa splendida recensione, la prima che esce su Lettere delle piante agli esseri umani di Sanja Särman, il libro di epistole che ho tradotto dall’inglese e dallo svedese, appena uscito per Ortica Editrice.

Francesco Improta

Potete leggerla integralmente su RPlibri, il blog letterario curato da Rita Pacilio, a cui va la mia gratitudine per l’ospitalità.

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Sincronicità

SINCRONICITÀ

Prima cosa: non ho dimenticato i libri da recensire che ho in lettura, per i quali sono in grave ritardo. Il fatto è che scrivo e traduco molto, e ora sono – come sapete – molto preso dall’elaborazione dei contenuti del mio saggio narrativo in fieri sulle tematiche dell’interiorità, che riflette tutto il mio percorso di scrittore e viaggiatore, in parte restituito dagli articoli usciti sul mio blog in questi mesi, oltre che dai contenuti del mio libro di viaggio Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore) e del mio romanzo psicologico Viale dei silenzi (Arkadia Editore). Questi saranno oggetto, insieme a tutta la mia produzione, del già preannunciato incontro sui luoghi nella mia produzione narrativa, che avrà luogo a Firenze il 23 novembre alle ore 18 presso Bottega Strozziqui potete trovare l’annuncio.

Sincronicità

Vengo al punto odierno aggiungendo alla piccola bibliografia inclusa nel mio pezzo di qualche giorno fa un altro testo preziosissimo, che mi sta assorbendo e rivelando prospettive perfettamente consonanti con la mia ricerca spirituale, che dal suo saldo nucleo cristiano si apre su tutte le grandi tradizioni spirituali, sulla psicologia analitica, sulla fisica quantistica e sulla medicina olistica (a scanso di accuse di “sincretismo”, preciso, con Terenzio, che “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”). Si tratta di un altro saggio dell’astrofisico Massimo Teodorani, Sincronicità. Il legame tra fisica e psiche da Pauli a Jung a Chopra (MacroEdizioni).

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Giovanni Agnoloni
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