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Quel giorno d’estate

QUEL GIORNO D’ESTATE

Poi dice che gli scrittori che vanno a letto tardi si gingillano – un po’ come Joseph Conrad alla finestra secondo sua moglie, nella celebre storiella che gira da anni e che potrebbe anche essere del tutto inventata (v. qui).

Ieri ho fatto l’una di notte per vedere un film francese pressoché sconosciuto: Quel giorno d’estate (titolo originale: “Amanda”) di Mikhaël Hers, con vari attori tra cui Vincent Lacoste, Stacy Martin, la giovanissima protagonista Isaure Multrier e (in una parte minore) la più nota Greta Scacchi. Pellicola in tipico stile transalpino, con uno speciale gusto delle atmosfere e delle ambientazioni, e soprattutto un’eccezionale capacità di rappresentazione dei dettagli delle cose quotidiane nel – ed è un “nel” importantissimo – raccontare una tragedia. Ovvero, la morte della sorella del protagonista, madre di una bambina di 7-8 anni, e la scelta del fratello della donna (e zio della piccola), appena ventiquattrenne, di prendersi cura di lei.

Quel giorno d'estate
Foto della locandina italiana, tratta da Youtube
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Tesoro oltre l’ombra

TESORO OLTRE L’OMBRA

Credo che una delle frasi letterariamente più viscerali e rivelatrici di tutta la tradizione occidentale sia contenuta nel Vangelo di Matteo, al capitolo 13 (52):

“Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.”

Poche volte, assistendo alla messa come ieri (perché non sono uno di quegli scrittori che si vergognano della propria fede, ché a dichiararla “si rischia di passare da fessi”, come una volta ebbe a dire un noto editor a un evento a cui partecipavo), ho sentito una frase risuonare con me con tanta forza. È stato così proprio perché scrivo, e perché ho capito che quel tesoro – che è il “Regno dei Cieli” – è la centratura nel Sé di cui parlo sempre. E da quel tesoro, che si annida oltre l’Ombra – di cui uno scrittore (come tutti, del resto) non deve aver paura – scaturiscono nuove visioni inevitabilmente legate alle radici ancestrali dell’essere, alla sapienza originaria trasmessa dal “passato”, in un continuo afflato creativo – anche perché, sulla scala ultima delle cose (che è quella dalla quale lo spirito agisce nella realtà macroscopica), il tempo non esiste.

Tesoro

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Londra tra fumo, ricordi e avvenire

LONDRA TRA FUMO, RICORDI E AVVENIRE

Ieri ho visto per la prima volta per intero Fumo di Londra, il primo film da regista di Alberto Sordi, del 1966. Una commedia leggera e sottilmente amara, forse un po’ povera nella sceneggiatura ma intrisa di grande atmosfera (anche grazie alla splendida colonna sonora di Piero Piccioni e Bruno Nicolai) e di un senso di decadenza in atto, già colta quando la “Swinging London” era in pieno fervore – Sordi, del resto, è spesso stato “profetico” nella sua produzione da regista, basti pensare a film come Detenuto in attesa di giudizio e Tutti dentro, tanto per menzionarne due.

Londra

Ma, soprattutto, il film mi ha riproiettato nel cuore di un’Inghilterra che, dopo averla rivisitata (e vista cambiata) l’anno scorso, a distanza di molti anni dal mio programma Erasmus, ho riconosciuto come uno dei miei luoghi d’elezione, anche se sempre un passo dopo l’Irlanda, come sapete. E quel mélange specifico di entusiasmo vitale e malinconia Sordi nel film li ha colti alla perfezione, anticipando perfino lo “spirito Erasmus”, sia pur attraverso gli occhi di un uomo adulto e giunto a quell’euforia esistenziale ormai non più ragazzo.

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Ganesh Del Vescovo in concerto

GANESH DEL VESCOVO IN CONCERTO

Il concerto di Ganesh Del Vescovo di ieri sera alla Biblioteca di Sesto Fiorentino è stato un evento straordinario per diversi motivi. Pare quasi inutile dire “per la qualità e l’intensità dell’interpretazione”, ma non lo è. La retrospettiva sugli Studi di Heitor Villa-Lobos, seguita dallo splendido Preludio e Fuga 539 di Johann Sebastian Bach trascritto dal Maestro per chitarra (originariamente era per organo) e da una serie di pezzi di Ganesh – “Pioggia nel giardino” (un articolato e polisensoriale studio sul tremolo) e due nuovi pezzi della serie inedita “Paesaggi sonori” -, ha disegnato un arco completo di mente, cuore, visceralità e puro spirito.

Passando dall’essenza più profonda della classicità senza tempo di Bach – giustamente nella parte centrale del programma -, si è partiti dalla ricchezza passionale e melodico-sperimentale degli studi di Villa-Lobos (tra i quali spicca il n. 1, in mi minore, “figlio” del Preludio BMW 999 in do minore di Bach), fino ad arrivare alla sintesi di tutti questi elementi in chiave ulteriormente moderna e densa di una carica meditativa a mio avviso senza eguali dei “Paesaggi sonori”.

Qui, anche grazie a un’accordatura diversa, Ganesh Del Vescovo ha estratto dal suo strumento (il secondo suonato durante la serata, costruito dal Maestro liutaio Antonio Scandurra) un intero mondo, un vero paesaggio musicale, perché si tratta di un’articolata visione interiore. La musica di Del Vescovo sa descrivere e raccontare senza parole, suggerendo direttamente i significati che evoca attraverso le note, i fraseggi, i percorsi melodici, la ritmica e le suggestioni armoniche (v. anche qui e qui).

Ganesh Del Vescovo

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Domande e (forse) risposte

DOMANDE E (FORSE) RISPOSTE

Oggi, parlando al telefono con un vecchio amico, che è anche un mio consulente finanziario, è venuta fuori una cosa che sapevo bene, ma che prima mi dava fastidio sentire, mentre stavolta mi ha dato soddisfazione.
“Giovanni è uno che fa sempre domande difficili”, ha detto ridendo con bonomia dopo averci spiegato varie cose tecniche (eravamo in viva voce anche con mia madre).

È vero. Me ne rendo conto adesso come non mai, forse perché sto scrivendo un libro, La via dell’altrove, pieno di domande importanti, molte delle quali già so essere probabilmente destinate a restare senza risposta.

È così fin dal tempo dell’università, a Giurisprudenza, quando a un seminario sulle autorità garanti formulai il quesito di chi avrebbe controllato tali garanti (seguendo la massima latina “Quis cutodiet istos custodes”?). E lo feci senza alcuno spirito polemico: pensavo semplicemente a una sorta di Corte Costituzionale delle autorità garanti, o magari (pia illusione!) a una nuova competenza della Consulta.

Ricordo che in aula cadde il gelo e nessuno rispose alla mia domanda.

Questo in buona parte (a parte la mia vocazione letteraria e linguistica) risponde alla domanda che tanti mi fanno del perché non abbia mai ambito a diventare un avvocato o un magistrato (e dire che avrei potuto provarci, certo facendomi un gran culo, data la laurea con lode). E spiega anche perché abbia fatto da assistente al mio prof solo per un mese (a parte le traduzioni di cui avevo iniziato a occuparmi e che richiedevano tempo).
Il fatto è che a me piacevano – e piacciono – gli ambienti in cui a chi pone una domanda si dà una risposta. E il gelo non è mai una risposta.

Domande

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Stare qui (e scrivere, e tradurre)

STARE QUI (E SCRIVERE, E TRADURRE)

L’altra sera, parlando con un vecchio amico, che tra l’altro fu il mio compagno di viaggio nella mitica “incursione” in una “freschetta” Vilnius nel febbraio 2007 (a -23 °C), che ho raccontato in Berretti Erasmus, mi è capitato di riflettere su una cosa.

A volte si pensa che il lavoro di uno scrittore comporti incontrare un sacco di gente. E in certi momenti è vero, quando si presentano i libri in giro, si fanno le residenze letterarie, insomma si viaggia e si sta a contatto con persone interessanti – e tutto questo è alimento per la creatività.

Ma il grosso del lavoro (e ancor più se si è pure traduttori!) è raccoglimento e (goduriosa, ma pur sempre impegnativa) solitudine; cura certosina per il testo, riletture infinite e – ancor prima di arrivare a questo – disposizione all’ascolto dei luoghi e dei personaggi, che sono quelli che ci raccontano la storia – anche quando l’ha scritta un altro e la stiamo solo traducendo.

Stare qui
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Oggi più di (o forse esattamente come) ieri

OGGI PIU’ DI (O FORSE ESATTAMENTE COME) IERI

Oggi è una di quelle giornate in cui la traduzione si alterna in modo pressoché costante alle riflessioni sul libro in corso di scrittura . Ho buttato giù degli appunti che saranno fondamentali per lo sviluppo delle parti più politico-sociali de La via dell’altrove, e molto hanno a che fare con il modo in cui in tanti ci siamo persi per strada e ghettizzati a vicenda, in questi ultimi anni e decenni di (amaro e peraltro assai relativo) trionfo della società consumistica.

Oggi

Il mio nuovo romanzo diventerà allora un viaggio attraverso l’Europa per accedere a un segreto interiore forse inconfessato, eppure frutto di quel deterioramento generazionale, che spesso ci ha portati a vedere nell’altro solo un elemento da sfruttare o un fattore di disturbo da “bannare”.

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Lingua e mistero

LINGUA E MISTERO

Ieri, da uno dei miei tandem linguistici via Skype (in polacco), è nata un’idea che in realtà avevo già in parte sviluppato ne La via dell’altrove, il romanzo iniziato in Ungheria durante la residenza dello Hungarian Writers’ Residence Program che vi ho raccontato qui: parlare, inter alia, della difficoltà di apprendimento di una lingua completamente nuova, o comunque del progressivo aggiungere “pezzi” – ed elementi di comprensione (letta e ascoltata, e quindi scritta e parlata) di un idioma che si conosce solo in parte – partendo dal presupposto che perfino la propria lingua madre non si finisce mai di scoprirla, per cui si tratta di un vero e proprio life-long learning.

Nel romanzo il problema me lo sono posto rispetto alla lingua europea misteriosa per eccellenza, ovvero l’ungherese (almeno, se si esclude il basco), diversa da tutto come lessico e come impianto di regole. Il personaggio, infatti, approda in Ungheria (com’è stato per me) senza parlarne ancora una parola e affonda in questa sorta di sabbie mobili comunicative, al contempo tormentose e piacevoli, iniziando gradualmente a vedere le cose in un altro modo, perfino riguardo alla propria vita. Insomma, inizia a “capire”.

Lingua e mistero Schull

La foto l’ho scattata nel 2019 nei dintorni di Schull, nel West Cork, in Irlanda. Studiare una lingua nuova ha un po’ il fascino di scoprire un territorio situato in un “altrove” dalle risonanze avvolgenti come questa sorta di “Terra di mezzo”, che poi è l’Altrove interiore

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Superficie, profondità e denuncia

SUPERFICIE, PROFONDITÀ E DENUNCIA

Altra riflessione che mi è capitato di fare ieri in una quelle fasi di “meditazione spontanea” che sono parti integranti del mio percorso artistico, ma anche umano e spirituale, e nelle quali, tutt’a un tratto, le cose appaiono di una chiarezza cristallina.

Negli anni ho cercato, da scrittore, di approfondire la ricerca dell'”essere lì”, ovvero la sospensione dell’incredulità (il restituire intensamente lo spirito dei luoghi e delle situazioni, calandovi appieno il lettore), della quale per me il primo maestro è stato Tolkien, che ne parla diffusamente nel saggio Sulle fiabe (in italiano, disponibile nel volume Albero e foglia, Bompiani, 2000). Peraltro, questi sono argomenti che ho toccato anche nel mio personale contributo alla raccolta di studi tolkieniani internazionali, da me curata e tradotta, Tolkien. La Luce e l’Ombra (disponibile in un volume italo-inglese edito da Kipple Officina Libraria).

Superficie Tolkien

Al contempo, la lettura (e la traduzione di saggi su) uno dei maestri del post-moderno, Roberto Bolaño (v. Bolaño selvaggio, a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, che ho tradotto con Marino Magliani per Miraggi Edizioni), mi ha formato (insieme alle mie vicissitudini personali) all’esplorazione del Profondo, la smisurata caverna viscerale che ognuno di noi si porta dentro.

Superficie Bolaño
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Traduzioni e rispetto

TRADUZIONI E RISPETTO

Tra ieri e oggi, facendo lo slalom fra la traduzione del romanzo francese in corso e la scrittura del romanzo La via dell’altrove, ho ripreso la pratica dello svedese e del polacco ascoltati e parlati, mediante canali Youtube dedicati e conversazioni via Skype con amici madrelingua che vivono all’estero. Una sana abitudine da me acquisita nell’osceno periodo dei lockdown – forse l’unica cosa buona che ne abbia ricavato, oltre alle tante pagine scritte in quei mesi a questo tavolo (v. prima foto).

Traduzione tavolo

Così ho riflettuto su come, per le lingue, valga la stessa cosa che vale per la chitarra classica: le “regole” contano, ma senza la pratica (dei pezzi come delle conversazioni della vita reale) servono a poco. O meglio, possono bastare per tradurre, un po’ come quando al liceo si facevano le versioni di latino e greco antico (lingue puramente teoriche), ma non per vivere. Perché le lingue, come la musica, sono cose vive. E, in definitiva, anche la traduzione, come la scrittura, beneficia moltissimo dell’abitudine di parlare gli idiomi che ne sono oggetto: il risultato è più naturale, perché entri maggiormente nello spirito dell’ambiente da cui quel testo proviene.

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Giovanni Agnoloni
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