Interessante scambio di idee tra tologia, filosofia e fisica quantistica con Marco, un lettore del blog La Poesia e lo Spirito prendendo spunto da un mio vecchio articolo sul mio primo pellegrinaggio a Medjugorje del 2012 (v. qui e qui).
Lo riporto perché scende al cuore delle mie attuali ricerche (oltre che degli stessi contenuti del mio libro Le rivelazioni dei vlaggio (Ediciclo Editore), e anche della prossima conferenza su Tolkien. Light and Shadow – Tolkien. La Luce e l’Ombra (volume bilingue da me curato e tradotto per Kipple Officina Libraria) che si terrà il 4 febbraio alle ore 18 presso il centro culturale”Itaca” dell’amico autore e giornalista Paolo Ciampi (Via di San Domenico 22, Firenze) insieme al Prof. Lorenzo Tanzini e all’editore e scrittore Lukha B. Kremo.
(Ricordo sempre che l’illustrazione di copertina è di mio padre Giorgio Agnoloni)
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Marco:
Ho letto questo reportage con interesse e rispetto, perché restituisce bene la dimensione del viaggio, del corpo, della fatica e delle risonanze interiori che Medjugorje suscita anche in chi vi si accosta “fuori dagli schemi”. Proprio per questo, però, credo sia utile aggiungere una precisazione, non in senso polemico, ma di chiarimento.
In questi giorni sto riflettendo su questioni come la cosmogonia del Legendarium di J.R.R. Tolkien in rapporto alla fisica quantistica e alla teologia cristiana. E nelle sere prima di Natale ho rivisto tutta la trilogia filmica del Signore degli Anelli. Inoltre, sto rileggendo il Silmarillion e l’epistolario di Tolkien (La realtà in trasparenza), oltre al suo saggio Sulle fiabe (in Albero e Foglia) – oggetto della sua Andrew Lang lecture dell’8 marzo 1939 alla University of St. Andrews in Scozia -, che sono stati tutti oggetto, insieme al volume bilingue a mia cura Tolkien. Light and Shadow (Tolkien. La Luce. e l’Ombra) (edito da Kipple Officina Libraria), della mia conferenza – insieme al Prof. Lorenzo Tanzini – del 20 dicembre all’Accademia del Poggio di Montevarchi (v. foto). Infine, saranno, sempre insieme a lui, oggetto di un analogo dibattito al centro culturale “Itaca” a Firenze il 4 febbraio 2026, cosa di cui ringrazio fin d’ora l’amico Paolo Ciampi (siete già tutti invitati).
La sala della conferenza su Tolkien del 20 dicembre 2026 all’Accademia del Poggio di Montevarchi
Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.
Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo.
Oggi esce quello che forse è stato il mio lavoro di traduzione più impegnativo fino ad oggi, al quale ho dedicato tutto il 2025. Si tratta di un capolavoro della letteratura svedese del Novecento: L’isola dei condannati di Stig Dagerman, pubblicato in questa nuova edizione italiana da Ortica Editrice con il contributo della Fondazione C.M.Lerici (presso l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma). Un testo ipnotico e rivelatore, nel tradurre il quale mi sono più volte imbattuto in singolari (direi anzi “sincronicistiche“) assonanze con gli stati d’animo evocati dalle paradossali vicende narrate.
Dal primo risvolto di copertina:
Immagini di terrore, di incubo circondano sette naufraghi (due donne e cinque uomini) – protagonisti di questo secondo romanzo di Dagerman – che aspettano la morte su un’isola misteriosa, immaginaria, dove sono stati scaraventati con poca acqua e poco cibo, feriti nel corpo e soprattutto nello spirito. Un’isola simbolica in cui i naufraghi vengono sottoposti alle sofferenze del mondo con la possibilità per il lettore di “osservarle, di comprenderle e combatterle sul piano del possibile”. I naufraghi sono preda dei loro incubi, delle loro paure più profonde. In mezzo ad una natura nemica, i sette personaggi portano in scena una furia distruttiva senza salvezza. Ognuno di loro, nel comune destino che li accerchia, raffigura una particolare forma di paura, una particolare forma di angoscia. Senso di colpa, solidarietà, individuo contro organizzazione sociale, solitudine, tempo, dolore, pervadono questo romanzo onirico realistico simbolico.
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L’isola dei condannati è un libro denso di surrealismo ma anche della sostanza materica della realtà, con i suoi traumi e le sue liberazioni, le sue esaltazioni e le sue solitudini. In questo senso è un è racconto catartico, che, insieme al resto della produzione di Stig Dagerman (su tutte le altre opere, ricordo il reportage sulla Germania post-bellica Autunno tedesco e il romanzo Bambino bruciato, editi da Iperborea), ha fatto sì che l’autore, pur morto assai giovane, lasciasse una traccia densa e profonda nella storia letteraria svedese e internazionale.
Dal secondo risvolto di copertina:
Stig Dagerman (foto di pubblico dominio)
Stig Dagerman (1923-1954). Scrittore, giornalista e anarchico svedese. Morì suicida a 31 anni. Abbandonato dalla madre in tenera età, visse con i nonni paterni nella loro fattoria fino al 1940, anno della loro morte. Quindi raggiunse il padre, operaio, a Stoccolma. Tramite lui, Dagerman venne in contatto con il movimento anarco-sindacalista e si riconobbe immediatamente nei valori di giustizia sociale e di libertà che caratterizzano l’ideologia anarchica. La sua fu una scelta di impegno etico e politico, frutto della volontà di mettersi dalla parte degli sconfitti.
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L’isola dei condannati ha rappresentato per me uno sforzo straordinario sul piano traduttivo, per la sua sintassi estremamente complessa e per la sua straordinaria densità poetica, sia pur in prosa. A tratti mi sembrava di tornare ai tempi del liceo, con le enigmatiche traduzioni di autori greci come Demostene, Tucidide o Platone. In effetti, dalle sue pagine traspira un anelito politico (trattandosi comunque di un micro-nucleo sociale di “fuggitivi”, anche se non per propria scelta), di consapevolezza storica (venata dall’amarezza della coscienza delle ingiustizie del mondo) e filosofico (poiché spesso le riflessioni e le conversazioni dei personaggi ricordano i dialoghi platonici o dei sillogismi aristotelici imperfetti – dato che nella vita raramente le equazioni della logica tornano, e la misura degli eventi, come anche del tempo, è puramente interiore e spesso insondabile).
Forse è proprio per questo che, pur con tutte le difficoltà tecniche di un testo che perfino amici svedesi mi hanno confessato di trovare a volte ostico sul piano linguistico, ogni volta che coglievo il significato di un lungo paragrafo descrittivo senza punti fermi o di un’articolata riflessione onirica di un personaggio, la resa italiana mi usciva fluida, in un fiotto, proprio come fanno le rivelazioni interiori frutto di lunghe e tormentate meditazioni, ma che alla fine, semplificate come un calcolo matematico, scorrono libere e senza impedimenti.
Tutto questo, per dire che il mio scopo principale, sempre rispettando filologicamente il testo originale, è stato quello di far sì che il lettore italiano potesse gustare la bellezza del romanzo e la ricchezza delle sue implicazioni senza risentire di certe sue inevitabili complessità. E in fondo mi dico che il lavoro del traduttore (che sfido qualunque intelligenza artificiale a compiere) è questo: interpretare e rendere al meglio nella sua lingua un testo che, nell’idioma di origine, inevitabilmente segue altre logiche, altre armonie, e così farlo andare il più speditamente (che non vuol dire “frettolosamente”) possibile, esattamente come quando in bicicletta si trova il rapporto giusto in relazione alla strada che si sta percorrendo.
Concludo citando uno dei passi più belli del libro di Stig Dagerman, tratto dal retro di copertina, che sintetizza in sé tutta la carica viscerale e passionale che impregna ogni pagina di questo straordinario romanzo:
“Chi non teme la vita nemmeno la amerà, chi non nutre la paura dentro di sé non vi reperirà nemmeno il coraggio, chi non teme la morte non potrà neanche morire con dignità, e chi non teme se stesso non potrà neppure amare un’altra persona.“
Questo scorcio di ottobre ha visto arrivare un po’ di novità, e i lavori in corso si prospettano piuttosto abbondanti. Cominciamo con l’evento di domani 24 ottobre a Montespertoli alle ore 18,30, all’enoteca “I Lecci” (Via Lucardese 74) per un evento-dibattito dal titolo “I figli di Lilith”, insieme alle poetesse Sara Bini e Serena Cianti (con esposizione dei dipinti del pittore Giancarlo Signorini), nel corso del quale torneremo a parlare anche del mio libro Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore).
Oggi mi trovo a completare praticamente in sincrono l’ultima correzione di bozze della mia traduzione del romanzo svedese in uscita prima di Natale, e quella del mio romanzo in uscita a febbraio.
Vivo un senso di grande liberazione, come se si trattasse di un parto, e il tutto a sua volta corrisponde a un momento di svolta interiore da lungo tempo “covato”.
Ne approfitto per annunciare gli appuntamenti di ottobre:
– il 2 ottobre (alle 17,30) sarò alla Biblioteca di Scandicci con Carlo Cuppini e Sandra Salvato per parlare del nostro libro scritto a sei mani Da luoghi lontani (Arkadia Editore)
Ecco l’annuncio ufficiale. Il 13 settembre mi daranno (e ringrazio vivamente l’organizzazione) il Premio letterario internazionale Casinò di Sanremo “Antonio Semeria” per la traduzione letteraria, con riferimento al romanzo Il segreto di Solveig di Olivier Sorin, che ho tradotto dal francese per I libri di Mompracem.
È un grande piacere, pensando a quello che è stato uno dei miei incarichi di traduzione più interessanti degli ultimi anni. E anche un bel regalo di compleanno!
“Fare il punto della situazione” è un’espressione che mi è sempre stata antipatica. Come se uno dovesse seguire una tabella prestabilita in tutto quello che fa, quando invece le logiche dello spirito e della stessa fisica quantistica, che non a caso sono strettamente correlate tra loro, sono totalmente imprevedibili e impossibili da controllare. Tuttavia, almeno per il lavoro svolto tra luglio e agosto e per le prossime presentazioni de Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore), proverò a farlo.
Questo, per dire (anche in risposta alle recenti polemiche sul tema) che il lavoro, pur costoso in termini economici e di energie, di promozione di un libro alla fine rende, perché innesca un circuito di parole e di comune sentire attorno ai temi trattati nell’opera, che porta avanti la condivisione culturale e l’attività di chi scrive professionalmente.
Chi svolge questa attività lo deve riconoscere, perché oggi la Rete non basta, e gli stessi giovani (mi è stato confermato) si stanno stancando della tecnologia e desiderano (almeno, quelli non lobotomizzati) imbeversi di contenuti autenticamente culturali (e in quell'”autenticamente” riconosco una decisiva sfumatura di libertà-anarchia rispetto al pensiero unico dominante).
Maggio è stato già ricco di appuntamenti, tra i quali in particolare il Salone di Torino, dove ho presentato Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore) prima di portarlo anche a Marina di Pisa, a Bologna e a Scandicci (seguono alcune foto e video).
Foto con lo scrittore Diego Zandel, che ha presentato con me “Le rivelazioni del viaggio” al Salone di Torino
Giugno si prospetta non da meno, in termini di intensità di impegni letterari, oltre ovviamente a veder proseguire il notevole lavoro legato alla mia traduzione in corso dallo svedese, a quelle che sto facendo verso l’inglese (mi riferisco sia a un progetto commissionato, sia all’autotraduzione de Le rivelazioni del viaggio) e alle proposte letterarie che sto inviando all’attenzione di varie case editrici italiane ed estere.
Un momento della presentazione de “Le rivelazioni del viaggio” alla Biblioteca di Scandicci, con Sandra Salvato e Barbara Salotti
Al contempo, i miei nuovi progetti letterari in divenire sono sempre vivi, così come le prospettive di nuove traduzioni dallo spagnolo e non solo, per l’anno prossimo.