Musica e scrittura

MUSICA E SCRITTURA

Musica e scrittura

Io quando scrivo ascolto spesso musica, per lo più strumentale. Non mi aiuta solo a concentrarmi. Mi dà la spinta necessaria per mettere da parte il mondo – cosa indispensabile per poterne parlare (tanto quanto è l’immergersi in esso prima di scrivere).

Nel dedicarmi al mio nuovo romanzo post-distopico, mi sono di grande aiuto alcuni pezzi del Maestro Ganesh Del Vescovo inclusi nel suo ultimo concerto al Florence Guitar Festival. Del resto, ascoltando “Canzone per Clara Shanti” (v. video sotto), splendido brano del Maestro, avevo già in precedenza trovato una fetta importante dell’ispirazione per un mio romanzo ancora inedito (che infatti gli ho dedicato), immerso nei misteri della natura e della storia.

Prossimamente, sarà per me un privilegio affrontare quel pezzo da studente di chitarra.

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SCRITTURA COLLETTIVA O JAM SESSION?

SCRITTURA COLLETTIVA O JAM SESSION?

Scrittura collettiva

L’esperienza di lavorare a una raccolta di racconti che è un “concept book” (in uscita nei prossimi mesi) a sei mani con due colleghi eccezionali come gli amici Carlo Cuppini, ideatore del nostro progetto, e Sandra Salvato, è in sé straordinaria. Non solo per l’accordo spontaneo che si è creato fin dall’inizio tra le nostre propensioni umane e stilistiche, ma perché rappresenta una forma di scrittura autoriale, sì, ma al contempo collettiva: una sommatoria non casuale di suoni, dove in ognuno dei contributi c’è sì una mano specifica, ma intervengono anche le altre, e formare una concatenazione di testi sorprendentemente consonanti. Me ne rendo conto adesso che siamo alla revisione finale.

In termini musicali, lo si potrebbe definire un terzetto formato da diversi movimenti, o una jam session con assoli specifici e coerenti con la cornice armonica.

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Diario di viaggio o romanzo?

DIARIO DI VIAGGIO O ROMANZO?

Diario di viaggio

Difficile, per certi versi, catalogare il mio diario di viaggio Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore), che quest’anno parteciperà al Premio “Sergio Maldini” per la letteratura odeporica.

A mio avviso è qualcosa di più di una raccolta di capitoli (interpretabili come racconti) su diverse esperienze di viaggio in paesi nordeuropei. Molto più corretto leggerlo come un romanzo, e non solo per via dei capitoletti di raccordo – ambientati a Firenze – in cui l’io narrante (che “sono io ma non sono io”) – ripensa alle esplorazioni del passato e si prepara a una nuova partenza. Il vero motivo è la ricerca, la quest personale che lo coinvolge in tutte le sue passeggiate per le città d’Europa. Quella dell’amore, che lo avvicina più volte a una “donna ideale” che però torna sempre a sfuggirgli. Quindi la incontra, ma uno sfortunato incidente gliela porta via. E infine rimane dentro di lui, ispirando i suoi nuovi passi nel mondo.

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Remo Bassini, “La suora”

REMO BASSINI, “LA SUORA”

Remo Bassini

Sul blog La Poesia e lo Spirito, ho recensito La suora, ottimo romanzo giallo di Remo Bassini edito da Golem nel 2021.

Ecco un estratto della recensione:

“Il titolo ci parla del “non-personaggio” femminile di tutta l’opera, motore d’ispirazione di ogni mossa e pensiero del protagonista (Romolo Strozzi, in un singolare dualismo storico-mitologico col nome dell’autore), un ex insegnante di origine pugliese trapiantato prima a Milano e quindi, in seguito al traumatico suicidio di una sua studentessa, ritiratosi nell’alta Valsesia, in Piemonte, dove vive vendendo formaggi.

Eppure, quel non-personaggio – che in un film potrebbe definirsi “attrice non protagonista” – è in realtà il perno di tutta la narrazione. Si tratta di Nora, una donna con cui Romolo si è incontrato solo una sera, senza però condividere con lei altro che parole, e che tuttavia è entrata nella sua mente in modo permanente. Poco tempo dopo, Nora è diventata suora di clausura, ritirandosi nell’abbazia benedettina femminile dell’Isola San Giulio, sul lago d’Orta. Da allora, nel corso degli anni i due hanno trascorso insieme solo poche altre ore e per lo più hanno parlato al telefono, raggiungendo comunque un’intimità e un’amicizia di rara intensità. Romolo, in ogni caso, e nonostante varie sue relazioni occasionali, è ancora innamorato di lei, che adesso si chiama Suor Beatrice e non vuole che ci si rivolga più a lei col suo nome di battesimo.

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Scrittura narrativa e normalità

SCRITTURA NARRATIVA E NORMALITÀ

Scrittura narrativa

Una delle cose più difficili, in narrativa, è raccontare la normalità. Mi trovo adesso a scrivere un romanzo post-distopico, che presuppone una tirannia finita (e vi ricordo che tanto di quello che ho previsto in Internet. Cronache della fine – crollo di internet a parte – si è realizzato, quindi confido che la cosa sia di buon auspicio).

Il fatto, però, è che si è portati a pensare che nella quotidianità non ci sia niente di interessante (mi viene in mente una “facile” chiave di lettura del celeberrimo incipit di Anna Karenina di Tolstoj (“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”). Sono convinto che non sia così.

Voglio dire, credo che una trama interessante e letterariamente di qualità possa nascere non solo dal tormento (che ho ampiamente esplorato nella mia quadrilogia distopica), ma anche da territori di pace ritrovata. Anche perché ogni pace è il risultato di un processo articolato, spesso lungo quanto una vita. E la ricerca spirituale che ciò comporta – difficile da improvvisare, così come lo scriverne – è di per sé estremamente interessante.

Il problema, e la chiave di questo tipo di scrittura narrativa, è incorporarlo in una narrazione di cose quotidiane, eccezionali nella loro normalità, vivificandole da dentro e spezzando la tentazione dello sbadiglio insita in quel tipo di pregiudizio.

Non serve essere “rock” per entrare dentro chi legge o ascolta. Serve essere magnetici. Vibrare. E niente vibra più della Luce.

Per avere maggiori informazioni sui miei precedenti libri, vi indirizzo alla pagina di questo sito dedicata ai migliori estratti di recensioni, che disegnano un arco dall’ombra alla luce, sospeso tra il tragico e il comico, che in tutti questi anni ho voluto compiere.

(nella mia foto, Collemancio, in Umbria, dove invece si ambienta un giallo che pure sto scrivendo)

Enrico Macioci recensisce “Internet. Cronache della fine”

ENRICO MACIOCI RECENSISCE “INTERNET. CRONACHE DELLA FINE”

Enrico Macioci

Ringrazio di cuore l’amico, collega e compagno di lotta contro gli abusi governativi e in difesa della Costituzione e dei diritti civili Enrico Macioci, che in questa meravigliosa recensione di Internet. Cronache della fine (Galaad Edizioni), uscita su Lankenauta, ha perfettamente colto la misura di sintesi di spirito-e-politica insita nella mia opera distopica. Come a dire, non ci può essere autentica comprensione delle violazioni della dignità umana senza discesa nel Profondo.

Eccone un estratto:

“Che un mondo ben preciso, quello del finanzcapitalismo (Gallino) o del realismo capitalista (Fisher) che dir si voglia, si stia inabissando davanti ai nostri occhi non si discute; il punto è tenere gli occhi aperti per guardarlo, e non distoglierli da cotanto sfacelo.

Agnoloni al coraggio somma una visione nutrita di filosofia, sociologia, psicologia, teologia; i suoi molteplici interessi e le sue vaste competenze convergono nell’opus magnum a formare un blocco coeso, una sorta di pietra tombale ritta nella palude della nostra esausta civiltà.

Sono molteplici le analogie fra ciò che accade nei romanzi di Agnoloni e ciò che sta accadendo oggi all’umanità cosiddetta evoluta (Occidente, Cina, Giappone, Russia): un controllo sempre più sottile, maligno, mascherato e pervasivo; una polarizzazione fra chi si uniforma e chi si ribella (pochi, come sempre); una lotta concretissima e però anche trascendente.”

Colgo anche l’occasione per ricordare la lodevole protesta contro il Green Pass dell’altro amico e compagno Carlo Cuppini, che insieme ad altri intellettuali sta portando avanti uno sciopero della fame.

L’auspicio è che ogni forma di impegno intellettuale, fisico e spirituale (ivi inclusa la raccolta di articoli curata da Giulio Milani Noi siamo l’opposizione che non si sente, ed. Transeuropa, con la partecipazione di Enrico, Carla e mia), porti rapidamente alla cessazione di questa infame forma di discriminazione umana e sociale, priva di qualsivoglia base scientifica.

Leggete il resto della recensione di Enrico Macioci qui

Intuizioni narrative (e non)

INTUIZIONI NARRATIVE (E NON)

Intuizioni

Piccola considerazione, ma per me importante in questo tempo di chiarimenti e di svolte. Sapete (o, se non lo sapete, ve lo dico ora) che non costruisco mai a tavolino le trame dei miei libri, ma aspetto che mi si rivelino via via che procedo. Così facendo ho messo su una quadrilogia molto articolata (Internet. Cronache della fine, Galaad Edizioni), ma in cui, come per miracolo, alla fine tutto è chiaro e si ricollega al resto.

Oggi, lavorando al mio romanzo post-distopico, mi sono reso conto di come le idee che vengono per una trama che attinge dal profondo siano coincidenti – o comunque consonanti – con le chiare intuizioni che, in un processo di autoconoscenza, arrivano a illuminare momenti della nostra vita su cui aleggiavano ancora dei punti di domanda. A un certo punto ti sembra tutto di una nitidezza disarmante, e quasi ti chiedi come tu abbia fatto a non capirlo prima.

Scrivere è più o meno la stessa cosa: lasciare che la storia suggerisca essa stessa le risposte, che i personaggi si manifestino e rivelino chi sono (un po’ come quando, scrivendo il suo capolavoro Il Signore degli Anelli, Tolkien “vide” Grampasso-Aragorn nella locanda del Puledro impennato) e seguire questo flusso con la calma e la fiducia dell’artigiano o del musicista che affina una tecnica.

In fondo, è così anche il tradurre: spesso, infatti, capita di “vedere” subitaneamente la traduzione perfetta per un termine rimasto lì in sospeso a decantare, magari per giorni interi. E il “solitario” (che in realtà, qui, è un dialogo a più voci) viene bene.

Spero che questo vi arrivi come un messaggio di fiducia, applicabile a ogni ambito artistico e professionale (e non solo). Tutto è uno, e la vita che viviamo è sempre in risonanza con il nostro mondo interiore.

P.S.: se vi interessa approfondire le tematiche tolkieniane, vi raccomando la raccolta di studi da me curata, in edizione bilingue italiana e inglese, Tolkien. Light and Shadow (Kipple Officina Libraria). La copertina è un dettaglio di un quadro di mio padre Giorgio Agnoloni.

Intuizioni

Leggerezza e profondità

LEGGEREZZA E PROFONDITÀ

Leggerezza

Mi trovo a lavorare in contemporanea al romanzo post-distopico a cui ho già fatto cenno in un precedente articolo e al sequel di un mio giallo ambientato per lo più in Maremma, in luoghi a me cari per belle vacanze trascorse e amicizie fatte. E mi sto rendendo conto di una cosa: è fondamentale associare sempre alla ricerca interiore e alla dimensione del Profondo la consapevolezza e il piacere della Superficie.

Senza questo radicamento a terra e senza la percezione delle cose piacevoli della vita, è impossibile affrontare le difficoltà e completare le traversate del buio che a volte si verificano nel corso della nostra esistenza.

Forse è il principio stesso del Tao a comportarlo, ma indubbiamente, per me è essenziale modulare continuamente tra tonalità minori e maggiori, tra serio e “leggero”, pur sapendo bene che gran parte di quella “serietà” si riflette nella normalità quotidiana, e gran parte di quella leggerezza è inzuppata nei drammi passati, e da essa è rinata.

Giusto per restare in questa chiave, ecco una breve citazione dal mio precedente romanzo Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore), che univa appunto queste due componenti.

“Mi sembrava di trovarmi su un confine non solo geografico, ma soprattutto interiore. Vedevo, in quella panca di pietra su cui ero seduto, col mare appena mosso davanti a me e il tra- monto che avanzava, una tranquilla simbologia: come il segno, non cercato ma spontaneamente trovato, che stavo morendo a qualcosa per rinascere a una nuova dimensione.

(…)

Anni dopo, in un saggio sulla meditazione di consapevolezza, avrei trovato una citazione che più o meno diceva: «Solo chi muore continuamente a se stesso è veramente vivo, e anche quando muore non muore davvero». Fino ad allora mi ero affannato a cercare il “divertimento”, mentre adesso stavo iniziando un percorso di ricerca intima e un dialogo profondo con i luoghi.”

(pag. 49)

Terzo occhio e scrittura

TERZO OCCHIO E SCRITTURA

Terzo occhio

Ieri riflettevo con un ottimo amico e collega – oltre che “compare” di percorsi meditativi – sull’importanza del Sé vs. Ego nel dedicarsi a una disciplina artistica, quale ad esempio la scrittura. Va infatti di moda, o almeno spesso è così, il personaggio figo, ganzo, “simpa”, con modi “renzovoleggianti” (ogni riferimento…), ma il più delle volte, poi, se scavi ti rendi conto che sotto c’è poco. O almeno, magari c’è un grande nozionismo e un’accattivante simulazione di profondità, ma manca appunto questa, la profondità, e dunque l’autenticità della ricerca – e dell’espressione – del Sé, la radice dell’identità, che poi è quella che inevitabilmente raggiunge il fruitore dell’opera artistica e crea ponti che resistono alla prova del tempo.

Naturalmente siamo tutti fallibili e umani, dunque portati a indulgere in stati d’animo autocompiaciuti e a cercare l’approvazione degli altri. E parte di ciò è anche commercialmente utile. Però credo che uno dei punti fermi a cui chiunque si dedichi all’arte deve opportunamente richiamarsi è che ogni “tradimento” rispetto alla funzione ideale dell’Arte stessa – che è l’incontro col Sé e l’apertura fattiva all’orizzonte dello Spirito (anche per chi non è credente) – porta con sé un kharma.

In altre parole: il “ganzino” o la “ganzina” di turno fa ciò che fa per una fondamentale carenza di autostima, e dunque per una pregiudiziale negativa che è IL principale ostacolo alla realizzazione della propria vocazione. Quindi crea le premesse per il proprio fallimento spirituale (anche se magari, nell’immediato, “raccatta” di più – come spesso capita ai ganzini anche nelle faccende sentimental-erotiche) Voglio dire: per quanto abbiamo ognuno un talento specifico, e questo non vada nascosto, il vero senso di ciò che scriviamo si esplica quando ci rendiamo tramiti e, anziché aggiungere, sottraiamo.

La sfida più grande sta in questo: lasciar parlare lo Spirito e fidarci del nostro terzo occhio.

Iniziare un romanzo

INIZIARE UN ROMANZO

Iniziare un romanzo

Oggi inizio a dedicarmi seriamente a un romanzo che ho in gestazione da qualche mese. Iniziare un romanzo è il passo più importante. Soprattutto se, come nel mio caso, è un romanzo del dopo. Per la prima volta mi trovo a scrivere un libro post-distopico. In altre parole, un libro sulla vita che ricomincia. È uno scopo che mi sono prefisso in questi ultimi mesi. La vita sta ripartendo, ed è giusto iniziare a pensare in un altro modo. Anzi il modo, che nasce da dentro, dal Sé, e che quindi racconta come questo si esplica nel mondo.

Una delle cose più difficili, credo, è raccontare la normalità senza risultare banali. La narrativa contemporanea è in genere basata o sull’uomo in crisi – che finora ho ampiamente esplorato in tutta la mia produzione – o sulla contemplazione del “quotidiano”, raccontato pedissequamente e senza alcun magnetismo. Da qui la mia scommessa, di segno opposto: addentrarmi, con questo nuovo libro, nei territori quotidiani, per snidarvi precisamente quella misura di sorpresa, di ricerca e di miracolo che in effetti c’è, al suo interno. E questo sia per effetto dei fattori energetico-spirituali che vi albergano e che pure sono al centro della mia indagine, sia per le tracce di risposte che la quotidianità contiene rispetto a misteri del passato e a nuove possibili prospettive di sviluppo.

Il presente, di fatto, è l’unica cosa che esiste, se è vero che il tempo, nelle equazioni più avanzate della fisica quantistica, in definitiva non esiste, come ben spiega Carlo Rovelli ne L’ordine del tempo (ed. Adelphi). Dunque dobbiamo esplorare questo presente per renderci conto di come in esso sia racchiusa quella misura di elettricità che è il segno tangibile della com-presenza dello spirito alla materia, e che è il sedimento di ciò che noi percepiamo come “passato” e il preludio di quello che avvertiamo come “futuro”.

Questa credo essere la cifra – e il luogo – della mia nuova produzione letteraria. Da qui in poi, la musica modula in un’altra tonalità, figlia sì delle precedenti, ma intimamente nuova.

Giovanni Agnoloni
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