ESPLORAZIONE DI (NUOVE) TERRE
Ultimamente sono stato (e in effetti sono ancora) sommerso dal lavoro e ho trascurato questo blog. Ieri però, durante il tandem linguistico italo-portoghese settimanale con l’amico Braz di Belo Horizonte, è stato proprio lui a darmi l’idea per un nuovo articolo. “Che differenza c’è”, mi ha chiesto, “tra il piacere dello scrivere e quello del promuovere un libro?”.
Ottima domanda, alla quale ho istintivamente aggiunto un terzo termine di raffronto, inerente al piacere del tradurre. Per di più, è una domanda attualissima, perché tra non molto uscirà il mio nuovo libro sul viaggiare, e nei prossimi mesi saranno edite tre mie importanti traduzioni strettamente legate a luoghi molto diversi tra loro, e di tutte queste pubblicazioni andrò a parlare in giro.

Sempre l’istinto, per rispondere a Braz, mi ha portato a focalizzarmi sulla parola esplorazione. Sì, perché mi è venuto subito da osservare che scrivere un libro è come esplorare una terra sconosciuta (non sai mai cosa puoi trovare, e procedi seguendo una bussola interiore, ma fondamentalmente “senza mappa”); tradurlo, invece, è esplorare una terra, sì, ma con una vecchia cartina da verificare e aggiornare; promuoverlo, infine, è entrarci, in quella mappa, con tutti i sensi, la mente e lo spirito.
Sono idee consonanti non solo con ciò di cui parlerà il mio nuovo libro, ma con illustri antecedenti, tra cui mi sovvengono subito Il sogno delle mappe di Paolo Ciampi e Hotel nomade di Cees Nooteboom (ma penso anche a La valle di Ognidove di Davide Sapienza e Il treno non si fermò a Kiev di Tito Barbini).
“Esplorazione” è, peraltro, un concetto attinente alla vita interiore, che, in un universo quantisticamente correlato, è sempre collegata a quanto succede nel mondo esterno – è questo l’oggetto del mio saggio (ancora inedito) Voci oltre il buio e del redigendo “sequel” Il flusso nelle cose. Dunque esplorare diventa un’esigenza non solo legata alla sana curiosità sulle cose del mondo, ma al bisogno costante che abbiamo (anche quando non ce ne rendiamo conto) di ricentrarci energeticamente e spiritualmente, per (appunto) non “perdere la bussola” nella vita.
Le mie recenti scelte di lavoro – diradare contatti non attendibili e non strettamente attinenti alla mia vocazione di scrittore e traduttore letterario – vanno esattamente in questa direzione. Anche la traduzione deve corrispondermi interiormente, o non funziona – non nel senso che “venga male”, perché la professionalità ce la metto comunque ed è attestata dai risultati, ma nel senso che succede sempre qualcosa che me ne allontana (problemi con il committente o cose simili). Sincronicità che mi spingono nell’unica direzione giusta. La mia attuale traduzione dallo svedese – come anche quella in fase di revisione dallo spagnolo – segue precisamente questa. Che è, in effetti, quella di un’esplorazione di me stesso attraverso lo “specchio” dell’interiorità degli autori che traduco.
Anche la promozione di libri propri – o tradotti “come se” propri – va in tal senso, perché porta a entrare in consonanza con lettori, luoghi e situazioni a loro volta capaci di ispirare nuove idee e di alimentare la corrente della multiforme esplorazione del dentro e del fuori. Che è poi lo spirito con cui mi appresto a promuovere il mio nuovo lavoro (e su questo vi terrò aggiornati nelle prossime settimane).