Tavolo da lavoro e computer in viaggio

TAVOLO DA LAVORO E COMPUTER IN VIAGGIO

Una grande fonte d’ispirazione, per chi scrive e traduce, sono i luoghi in cui svolge il suo lavoro. Questi rientrano tra i fattori ambientali che sostanziano l’esperienza del viaggiare, fornendo “mattoni” emotivi e cognitivi che poi contribuiscono a definire chi siamo o a farcene rendere conto, come già emerge dal mio libro Berretti Erasmus e come si vedrà con ancor più chiarezza nella mia nuova pubblicazione in arrivo nel febbraio 2025.

Tavolo da lavoro 1

Lavorare a casa, sul proprio tavolo abituale (il mio è qui nella prima foto), o farlo in un’altra città o paese, in un pub, nel salotto o nella cucina di una residenza letteraria o nella hall di un albergo, sono tutte esperienze che impregnano di sé il testo che si sta scrivendo o traducendo, un po’ come un odore farebbe con la stoffa dei nostri vestiti. L’ambiente penetra nelle idee, alimentando le intuizioni come un humus. Ecco perché mi fanno ridere le anime candide che dicono che tutto questo “distrae”, o che mi criticano per il mio “disordine” (riferendosi appunto alle foto del mio tavolo da lavoro che ogni tanto pubblico sui social media). Non sanno di quello che parlano, forse perché non hanno idea del livello di complessità intellettuale e artistica del lavoro di uno scrittore e di un traduttore letterario, che richiede precisamente quel tipo di fermento per alimentare il metabolismo interiore da cui nascono le sue pagine. Comunque, non è di loro, cari fottutissimi jodedores (per fare il verso al grande Mario Monicelli), che volevo parlare.

I luoghi, insomma, sono fornitori di impressioni permanenti e risonanti, spunti che non esiterei a definire “quantistici” per la nostra mente e tutto il nostro holos fisico-intellettuale-emozionale, e ognuno interagisce con ciascuno di noi in modo diverso e puntuale. L’importante è saper seguire il flusso, calandosi negli ambienti quando e per come questi “chiamano.”

Mi è capitato per esempio più volte in Irlanda, dove ricordo due tavoli in particolare: quello (seconda foto) di un bellissimo pub a Cork, dove nel 2018 intervistai il poeta Billy Ramsell, per poi trascorrervi qualche ora intento, se ben ricordo, a tradurre qualcosa su un tavolo da lavoro che sapeva delle birre consumate da innumerevoli quanti avventori e riecheggiava la mia chiacchierata con Billy e chissà quante altre e in quante lingue.

Tavolo da lavoro 2

Decisamente più intima e raccolta l’atmosfera della residenza letteraria di Schull, nel West Cork, dove nell’estate del 2019 trascorsi due settimane, la prima delle quali funestata da una forma influenzale, lavorando all’editing del mio romanzo Viale dei silenzi, che sarebbe uscito alla fine dell’ottobre successivo. In quel caso non potei non essere ispirato dal fatto che pareva che George Bernard Shaw avesse alloggiato proprio in quella casa (ma nella terza foto, che mostra la cucina, questo non si vede!).

Tavolo da lavoro 11

Ricordo poi il tavolo del mio caffè preferito a Sopot, in Polonia (quarta foto), dove in una mattina di pioggia dell’aprile 2024 mi sono dedicato alla scrittura di una parte de La via dell’altrove, romanzo ancora inedito, accompagnato dalla pastosità delle parole della lingua polacca non meno che dall’odore di caffè e pane caldo (finché non ha smesso di piovere e un gruppetto chiassoso mi ha fatto capire che era il momento di andar via).

Tavolo da lavoro 4

A La via dell’altrove, del resto, mi stavo già dedicando (ma in una fase molto più embrionale) nella primavera del 2023, a Pécs, in Ungheria, nel caffè del Teatro delle Marionette del Quartiere Culturale Zsolnay (quinta foto), dove ero ospite dello Hungarian Writers’ Residence Program, come ricordato in questa intervista. Quel teatro e quel caffè sarebbero entrati nella stessa trama del romanzo, dato che avevano nutrito anche “alimentarmente” le mie idee.

Tavolo da lavoro 5

Parlando di cibo, ricordo poi un pranzo in un self-service di Manhattan nel 2018, mentre lavoravo alla traduzione di un saggio delle autrici francesi Sylvie e Noémie D’Esclaibes, Bambini senza paura con il metodo Montessori. Non mancai di scattare una foto che rendesse l’idea della pressione ambientale newyorchese, perché c’era casino, ma in qualche modo ero riuscito a isolarmi nella mia bolla operativa e ci stavo perfino bene (sesta foto).

Poi non poteva mancare un bel tavolo a Stoccolma, anzi per la precisione a Solna, mentre ero in Svezia nell’aprile 2023 per presentare la mia traduzione di Lettere delle piante agli esseri umani di Sanja Särman, oltre che per un paio di incontri-conferenze con gli studenti delle università di Stoccolma e Uppsala insieme al mio traduttore svedese Johan Arnborg. La sera, in quel gradevole monolocale, ricordo che stavo lavorando alla stesura del mio secondo noir Ladro di stanze, adesso terminato e in corso di revisione. Quel che conta, comunque, è che il tavolo da lavoro (settima foto) sorgeva sul vertice di un bellissimo incrocio a tre strade, con una rotonda giusto sotto e un calmo viavai di gente e mezzi che letteralmente dettava il tempo al mio lavoro.

Tavolo da lavoro 6

Infine, voglio ricordare la splendida atmosfera di sodalità creatasi nella residenza letteraria Hald Hovedgaard, nei pressi di Viborg, in Danimarca, nel 2015, dove conobbi molti ottimi colleghi e amici che in seguito avrei tradotti, tra cui i poeti danesi Kenneth Krabat (sua l’eccellente raccolta di versi Rosso.Niente) e Cindy Lynn Brown, la scrittrice argentina Victoria Cáceres e il poeta faroese Kim Simonsen, una delle cui sillogi uscirà nel 2025 in mia traduzione italiana (dalla versione inglese di Randi Ward) per I Libri di Mompracem. Il tavolo da lavoro nel salotto di quella bella villa seicentesca (ottava foto) alimentò buona parte della mia quadrilogia distopica Internet. Cronache della fine, ma fornì anche preziosi spunto per un altro mio inedito distopico, Racconti della notte lunga, che avrei scritto molto tempo dopo, durante la pandemia.

Tavolo da lavoro 7

Tutto questo per dire che chi fa il mio lavoro non “fa mai festa” (detto alla fiorentina, ovvero non stacca mai) e porta sempre con sé idee alimentate dai luoghi e dagli incontri. Solo così – e al prezzo (trascurabile) della sorpresa scettica di chi nella vita fa tutt’altro e, non giudicato, giudica – può raggiungere un livello di profondità e intensità di scrittura e resa linguistica capaci di andare oltre i cliché, anche attingendo da tutte le suggestioni sensoriali provenienti dagli ambienti. Proprio come succederebbe a un musicista. E forse non è un caso se fu proprio a Hald Hovergaard che trovai una vecchia chitarra, presto sostituita da una migliore gentilmente fornitami dall’allora direttore della residenza, e ricominciai a suonare. E sapete quanto la musica sia al centro della mia scrittura e delle mie traduzioni.

Giovanni Agnoloni
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