Il Muro di Berlino 35 anni dopo

IL MURO DI BERLINO 35 ANNI DOPO

Oggi ricorre il 35°anniversario della caduta del Muro di Berlino. Dire che “sembra ieri” sarebbe patetico, perché è ancora oggi. Il Muro e il suo dissolvimento sono costantemente presenti, per cui possiamo dire che c’è e non c’è, come il gatto di Schrödinger, contemporaneamente vivo e morto.

A mio avviso, il Muro di Berlino, il suo abbattimento e gli eventi che gli sono ruotati attorno negli anni precedenti e successivi al 9 novembre 1989 rappresentano lo snodo fondamentale per comprendere le dinamiche degli ultimi cinquant’anni di storia europea – qui la recente puntata di “Passato e presente”, su Rai Storia, che ha affrontato l’argomento.

Non a caso, nei miei romanzi è un tema ricorrente, quasi un archetipo carico di valenze simboliche sempre risonanti con il presente. Torna ad affiorare anche nel mio nuovo lavoro La via dell’altrove, tuttora inedito e che affronta proprio il mezzo secolo (italiano e dell’Europa centro-orientale) che ha condotto all’immediata attualità.

Ma oggi voglio ricordarlo con due estratti dalle mie opere pubblicate Internet. Cronache della fine (Galaad Edizioni) e da Viale dei silenzi (Arkadia Editore).

Muro di Berlino

Ecco il primo (evocato anche dalla mia foto che precede), che allude anche ai muri invisibili (mascherati da “ponti”) che l’evoluzione tecnologica, indipendentemente dei suoi pregi, può creare (nella mia tetralogia distopica si fa soprattutto riferimento alla Rete e agli accessori per il suo utilizzo – oltre a possibili impieghi della tecnologia olografica -, ma considerazioni simili potrebbero egualmente applicarsi all’intelligenza artificiale, tema oggi di primo piano):

“Immaginare di calarsi su Berlino dall’alto, in volo, scendendo da un’altezza incommensurabile, come una di quelle immagini satellitari che piombano su una città dai limiti dell’atmosfera e illuminano via via particolari di cantieri, strade, case.

Sentire di poter scegliere tra migliaia di possibilità, come se fossero tutte a disposizione, e poi ritrovarsi nel cuore della metropoli-confine, la più avanzata frontiera d’Europa, un tempo linea di demarcazione tra l’Est e l’Ovest, e oggi – o magari fino a ieri – tra il passato e il futuro.

Raggiungere il cuore della modernità, in Berliner Freiheit, giusto dietro il Sony Center, in un angolo che avrebbe potuto essere un ritaglio di Wall Street preso e incollato nel Vecchio Continente, là dove, quarant’anni fa, si estendeva la landa desolata tra Potsdamer Platz e Leipziger Platz.

I fantasmi si aggirano ancora. Quelli di coloro che hanno cercato inutilmente di varcare il Muro, ma anche le migliaia di pedoni armati di smartphone, con gli auricolari infilati nelle orecchie e la testa persa in universi sintetici, che vagano per le strade del centro e ogni minuto attraversano a frotte un incrocio.

Nessuno crederebbe a ciò che è appena successo. Forse nemmeno se ne sono accorti. Tutti, in fondo, hanno questo in comune: un’utopia in corso, come un sogno indotto. Gli spettri, per illudersi di essere serviti a qualcosa. I passanti, per non impazzire.

Io, per trovare una ragione per non odiarmi.

Ho voluto credere nel grande inganno. Ho pensato che il Sistema contenesse tutte le risposte. Ho ceduto alla bellezza degli ologrammi, alla promessa di un computer capace di sentire il tocco della mia mano e di pensare come me.

Ma gli ologrammi non erano altro che goffe imitazioni dei dolori passati. Ciò che mancava era una mano da stringere, un volto da carezzare.”

(da Giovanni Agnoloni, Internet. Cronache della fine, Galaad Edizioni, 2021, p. 34)

Muro di Berlino 2

Ed ecco il secondo passo, che – al netto dell’ambientazione contemporanea del viaggio del protagonista di Viale dei silenzi tra la Polonia, la Germania e l’Irlanda – evoca scenari consonanti con certa cinematografia “berlinese” (penso soprattutto a Il ponte delle spie di Steven Spielberg), offrendo uno scorcio di uno tra i più celebri tratti superstiti del Muro di Berlino (soggetto della mia seconda foto):

“Il cielo si era coperto di un sottile strato di nuvole. Uniforme, come una pagina bianca. Non avevo l’ombrello, ma sentivo che non sarebbe piovuto. Presi la S-Bahn e mi apprestai a un silenzioso itinerario circolare verso l’Oberbaumbrücke, il celebre ponte rosso. Lì nei pressi era la sede della società il cui indirizzo avevi segnato nell’agenda.

Evitai gli sguardi delle persone, isolandomi dietro i miei occhiali da sole per interrogarmi sulle varie possibili verità: compresa quella che l’appuntamento che avresti dovuto avere non ci fosse mai stato, e che invece si fosse trattato di una messinscena per mascherare la tua fuga. Ma dovevo fare una verifica, prima di trarre conclusioni.

La mia abituale invisibilità mi facilitò il compito di sgusciare fuori dal vagone con aria fintamente disinvolta e mescolarmi al flusso di folla che si riversava in strada in direzione del ponte. Quella società di import-export si trovava vicino a uno degli ultimi tratti di Muro rimasti in piedi – confine tra Est e Ovest ormai privo di senso se non nella memoria, ma consonante con la frontiera immateriale che mi apprestavo a varcare.”

(da Giovanni Agnoloni, Viale dei silenzi, Arkadia Editore, 2019, pp. 73.74)

Credo che il Muro di Berlino sia stato non solo un (ovvio) simbolo di divisione, ma abbia offerto anche una sorta di paradossale “foglia di fico” (per la serie: “Una volta crollato, non pensiamoci più, tanto la libertà è tornata”) per nascondere o cercare di non vedere le contraddizioni del rapporto Est-Ovest, e anche quelle interne all’Est e all’Ovest d’Europa. Queste invece in buona parte sono sopravvissute (con varie “mutazioni”) alla sua caduta e alla successiva fine dell’URSS e dei regimi orbitanti ad essa. Si pensi al riciclo di certa nomenklatura comunista negli stessi apparati dei neo-stati liberali subentrati ai governi socialisti satelliti dell’Unione Sovietica e nella Russia stessa, oltre che ai grandi profitti fatti in quei territori dalle potenze occidentali (cosa che probabilmente avverrà presto anche in Ucraina con la ricostruzione).

Il Muro di Berlino continua a parlare e a celare (o meglio a velare) verità scomode. Se Pier Paolo Pasolini fosse ancora con noi, penso che ne scriverebbe (anzi, ne avrebbe certamente già scritto). Ma Pasolini – il cui anniversario della morte è pure ricorso qualche giorno fa – per fortuna è con noi in spirito e opere, e con lui l’eredità di libero pensiero e coraggiosa denuncia che ci ha lasciata prima che qualcuno lo mettesse a tacere (in effetti, senza riuscirci).

Giovanni Agnoloni
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