SILENZIO UTILE
Spesso la vita di uno scrittore – o di qualunque specie del genere “artista” (fin troppo strombazzato e smielato) – è fatta di attese e silenzi. Attese di pubblicazioni, presentazioni, festival, fiere del libro, residenze letterarie e altre simili occasioni in cui far conoscere il proprio lavoro e anche fare incontri interessanti dal punto di vista delle amicizie e così via, visto che gran parte del tempo la trascorre da solo a scrivere, comporre, leggere, studiare e attività simili. E senza rammaricarsene, perché è la sua strada e la sua vocazione.
Ma… c’è un però. Le attese – umane, perché è indubbiamente piacevole lanciare un nuovo libro, incontrare lettori e viaggiare – non possono costituire l’essenza della vita quotidiana. Di qualunque vita, anche di chi fa un lavoro non di tipo artistico. Non si può vivere costantemente in attesa di qualcosa, che sia l’amore, la realizzazione personale, momenti divertenti e così via. Altrimenti l’esistenza diventa veramente come la definiva Leonardo Pieraccioni ne I laureati (film che ho già avuto modo di ricordare), quando riporta la frase, che cito più o meno a memoria, per cui nella vita i giorni veramente importanti sono due o tre, e il resto “fa volume”. Sarebbe – per parafrasare stavolta Jodie Foster in Contact, non “uno spreco di spazio” (da lei riferito all’universo se non ci fossero altri esseri viventi e intelligenti come la specie umana), ma senza dubbio “uno spreco di tempo”.

Il punto è rendersi conto che, più che le attese fastidiose, nella misura in cui non sempre portano subito ciò che ci si aspetta o che si spera, conta il silenzio utile. Mi spiego meglio: ci viene detto che, per curare la “nostra immagine” (sic!), dovremmo postare sempre nuovi contenuti sui social media, insomma “risurtare”, per dirla in romanesco. Così s’ingenera l’attesa del Like, del commento favorevole, della conferma che “siamo del giro”, che “contiamo qualcosa”. Ne risulta (stavolta con la “L”) un senso di superficiale appagamento che di solito si dilegua dopo qualche ora, se non dopo qualche minuto.
Honni soit qui mal y pense, ma mi viene da paragonare il tutto a una sveltina o a una rapida masturbazione – liberatorie sul piano fisico, sì, ma non certo capaci di sostituire una relazione appagante (e dire che tanti accettano relazioni non appaganti proprio per potersi “sfogare” in tal senso quando gli aggrada). Quello che conta e che fa la differenza è invece, appunto, il silenzio utile, ovvero quelle settimane e quei mesi in cui si scrive, si legge, si studia e ci si prepara, attenzione, non al confronto con gli altri, per sapere cosa dire, come porsi, come atteggiarsi – che sembra un’attività molto gradita a una gran quantità di artisti innamorati del proprio ego -, ma all’espressione efficace del proprio Sé, cui si dà forma artistica nell’opera o nelle opere realizzate in quel periodo di silenzio.
Significa che allora è sbagliato farsi promozione sui social media o perfino condividere di tanto in tanto riflessioni come queste? Ovviamente no, se simili slanci vengono da dentro in modo genuino e non “costruito”, e anche perché chi svolge una professione artistica non lo fa per campare d’aria o per tenersi i manoscritti e i pensieri nel cassetto. Dopo tutto, l’arte è scambio, incontro, dialettica. Trovo però che siano eccessive certe “linee-guida” che in passato ho letto o sentito in giro, secondo cui un artista dovrebbe fare tre o quattro post al giorno per “aumentare gli accessi” o “incrementare i clic”. Secondo me, oltre che stucchevole, la cosa rischia di portare a una dipendenza da questi mezzi, che non solo è malsana sul piano psicologico, ma è anche poco produttiva nel senso di creare un autentico contatto con i lettori/fruitori e un reale seguito d’interesse rispetto al proprio lavoro, perché dopo un po’ in chi legge o ascolta subentrano stanchezza e indifferenza. Che è come dire che l’eccesso di social media, ben lungi dall’essere uno strumento d’incontro, è causa di maggior solitudine.
Invece, il silenzio utile – che non esclude periodiche o al limite sporadiche sortite internettiane – consente di coltivare e direi quasi di “covare” contenuti, idee, percorsi narrativi o melodici. Insomma, è quello stare da soli con la sostanza della propria esperienza artistica che è l’esatto opposto della solitudine, in quanto agevola una crescita interiore che si traduce sempre e comunque in opere di miglior qualità e in un (profondo) senso di appagamento.
I proverbiali jodedores potrebbero obiettare: e chi ti dice che questo silenzio si dimostrerà veramente fruttuoso, nel tempo? Nessuno, se non la voce del Sé, che comunque non sbaglia, perché mi sussurra quello che è più adatto a me, e che non mi dà un appagamento onanistico destinato a bruciare come la paglia secca, ovvero un koros simile a quello della tragedia greca, quello che poi degenerava in ate (la cecità) e in ybris (la tracotanza, punita dagli dèi con la dike, la giustizia, sempre ricordando le lezioni della Professoressa Ida Biondi). E in ogni caso qualche risultato concreto prima o poi viene fuori, perché l’energia, come l’acqua, circola e trova le strade per passare.
Ribalto invece la domanda: siete proprio sicuri, o voi nobili jodedores, che il vostro presenzialismo vi porterà a qualcosa destinato a durare?