Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

FUORIUSCITE. RIFLESSIONI SU OTTO LIBRI

Fuoriuscite. Riflessioni su otto libri

di Giovanni Agnoloni

(articolo originariamente uscito su La Poesia e lo Spirito)

Nell’ultimo periodo mi sono reso conto che la parola d’ordine per me, in questa fase, è fuoriuscite. La vita spesso si svolge secondo schemi che nascono dall’abitudine, ma pone anche davanti alla necessità di rispondere a una chiamata autentica, che viene da dentro. E lo scarto tra i comportamenti consolidati e la piena adesione al sentiero vocazionale (qualunque sia la vocazione di ciascuno) passa per lo smaltimento di qualunque residuo di scorie provenienti dal passato.

Fuoriuscite 1

Coincidenza piuttosto singolare, questa mia non facile fase di salto quantico in avanti ha coinciso con l’uscita della mia traduzione ad oggi più impegnativa, L’isola dei condannati di Stig Dagerman (Ortica Editrice), capolavoro del Novecento svedese e opera emblematica di un pensiero profondo e contorto che cerca una vita d’uscita dall’angoscia. Secondo romanzo del giovane, geniale e tormentato autore scandinavo (1923-1954), appassionato interprete dei valori dell’anarchismo (ideologia libera da vincoli e retta sul solo imperativo della vicinanza agli ultimi), racconta la terribile vicenda di sette naufraghi (cinque uomini e due donne) su un’isola esotica disabitata e popolata da rettili, uccelli predatori e altri animali minacciosi, veri o frutto delle allucinazioni da fame, sete e sfinimento dei personaggi. Ognuno di essi, infatti, sovrappone alla drammatica esperienza del presente ricordi affioranti dal passato – scorie, appunto, grumi interiori che il sofferto confronto con la morte e la paura, il senso di colpa e una vasta gamma di altri sentimenti disarmonici fa emergere, urgendone uno smaltimento che si prospetta, in questo caso, cocente ed estremo.

Più volte, nel tradurre questo complesso testo – metamorfico, visionario e cerebrale, sì, ma anche inebriante, spiazzante e prepotentemente lirico –, mi sono accorto di una sincronicistica corrispondenza tra le gabbie mentali dei naufraghi di Dagerman e le mie di cui mi stavo liberando. Per questo lo considero un romanzo catartico e rivelatore, a prescindere dalla visione dell’esistenza priva di qualunque fede (se non nell’uomo) dell’autore – si pensi anche al suo testamento morale, Il nostro bisogno di consolazione (Iperborea, 1991) –, che non condivido nelle sue conclusioni ultime, ma di cui sento il prezzo, perché anche ciò in cui io credo l’ho conseguito attraverso uno spietato percorso di conoscenza e di diluizione dell’Ombra (in senso junghiano). L’isola dei condannati è un’opera straordinaria che incoraggia, nonostante tutto, a credere nel proprio percorso, come ben ha sottolineato il Prof. Francesco Improta nella sua recente recensione uscita su RPLibri, citando questo passo illuminante:

“È un pensiero squisitamente sadico quello secondo cui dovremmo essere giudicati in base alla bontà o meno delle nostre azioni, dato che il numero di azioni sulle quali abbiamo il potere di decidere è così esiguo. Il cieco caso, che può distinguersi dalla cieca giustizia solo perché non ha ancora una benda davanti agli occhi, dà inizio alle nostre azioni e le porta a compimento, e quello che possiamo fare, e certamente dovremmo fare, anzi quello che dobbiamo fare, in ragione dell’esistenza della nostra coscienza – che spesso ci impegniamo con tanto zelo a negare –, è permetterci di procedere in una certa direzione e di mantenere stabilmente quella direzione con tutta la determinazione di cui siamo capaci, ma essendo consapevoli, con gli occhi più aperti del mondo, che il più delle volte l’obiettivo è un’illusione e che la cosa più importante dev’essere la direzione, dal momento che è quella e nient’altro a essere sotto il nostro controllo, sotto il controllo del nostro patetico io. E la consapevolezza, ecco, la consapevolezza – gli occhi aperti che senza sconcertarsi osservano la propria spaventosa posizione – dev’essere la stella dell’io, la nostra unica bussola, la bussola che crea la direzione, poiché quando non c’è nessuna bussola non c’è nemmeno nessuna direzione. Eppure, se io ora credo nella direzione, dubito invece delle dichiarazioni sulla malvagità umana, perché all’interno della stessa sia pur eccellente direzione possono trovarsi correnti tanto di bontà quanto di malvagità.”

(pp. 326-327)

Fuoriuscite 2

Parlando di un percorso in fuori, ma anche del destino (e della tragedia) di una vita, ripercorsa attraverso un itinerario “alternativo” e a suo modo anch’esso anarchico, giunge a proposito la stimolante ricerca-in-cammino proposta da Alessandro Gianetti e Marino Magliani, con In Italia con Italo Calvino. La traiettoria di uno sguardo (Giulio Perrone Editore, 2025), che segue la parabola esistenziale del grande autore ligure dal punto di vista di un suo appassionato lettore, Ramón, fin da piccolo ossessionato dai suoi libri. La sua è un’indagine che si addentra nello spirito dei luoghi della vita di Calvino, partendo dalla notizia della sua morte per ripercorrere tutti i principali ambienti in cui si svolse la sua esistenza, dalla Sanremo degli anni giovanili alla Torino del periodo del lavoro alla casa editrice Einaudi e del rapporto professionale e umano con Cesare Pavese, per poi toccare i paesi della zona delle Alpi Liguri (in primis Realdo) in cui Calvino aveva militato da partigiano, e quindi proseguire verso Levante, lungo la linea di una ferrovia che richiama alla mente la seconda parte del percorso del protagonista del romanzo di Magliani Il bambino e le isole (Un sogno di Calvino) (66th&2nd, 2023), già da me recensito. Da lì, sconfina in Toscana, che percorre tutta per poi approdare a Roccamare, nei pressi di Castiglione della Pescaia, nella villa dove lo scrittore fu colpito da un ictus il 6 settembre 1985 (sarebbe morto tredici giorni dopo in un ospedale senese). Ma l’itinerario, intenso e accorato, è graduale, e tocca vari punti della costa toscana e dell’entroterra, evocando anche la vita e l’opera di un altro grande scrittore novecentesco (uno dei miei preferiti), Carlo Cassola, e suggerendo con vividezza l’anima dei luoghi così come lo spirito delle amicizie calviniane (Carlo Fruttero, che sarebbe morto anche lui a Roccamare, nel 2012, come del resto Pietro Citati, che sarebbe mancato sempre lì nel 2022).

Rimane, al fondo, lo spirito del gioco che ha animato tutta l’esistenza di Ramón (il pallone inseguendo il quale, da bambino, non aveva osato attraversare i binari ma aveva scelto di seguirne tutta l’estensione), che diventa la sua fuoriuscita ma al contempo rappresenta l’ingresso nell’intimo della vita di Calvino, e un modo per conoscerne visceralmente l’essenza. In queste pagine, poi, emerge il genius loci di tanta Liguria di Magliani e di tanta Toscana di Gianetti (particolarmente a me cara la parte sulla Maremma), due autori anch’essi – come lo stesso Calvino – sospesi tra mondi diversi (l’Olanda, la Spagna, l’Argentina, l’Italia), ed entrambi ottimi traduttori. Qui la loro arte, il loro uscire da sé per trovare qualcosa di più vero attraverso lo specchio della vita di Calvino, consiste nel restituire l’impronta che il suo passaggio ha lasciato su numerosi scenari italiani. Anche la Siena dove lo scrittore sanremese morì, anche la Roma dove (al di fuori dell’estate) abitò dopo il periodo torinese e prima del lungo intermezzo parigino. E viene veramente da chiedersi se quest’opera elegante ed evocativa sia più un percorso nella storia o un racconto autobiografico sui generis, dato che entrambi gli autori confessano (nelle pagine finali) il loro legame profondo con i luoghi evocati – non ultimo, il cimitero di Castiglione della Pescaia dove Calvino è sepolto.

Uno spirito a suo modo consonante con questo anima altri due libri che hanno accompagnato le mie lunghe settimane di fuoriuscita. E hanno entrambi a che fare col tema del cammino e dello spirito dei luoghi e della natura. E anche con me, in un certo senso, dato che sono argomenti centrali in tutta la mia produzione letteraria e che i loro autori (come peraltro Marino Magliani e Alessandro Gianetti) condividono buona parte del mio percorso di traduttore e non solo. Sto parlando di Geopoeta, nelle terre della percezione di Davide Sapienza (Meltemi, 2025) e di Verso la libertà con un bagaglio leggero. Andare per sentieri, viottoli e strade di campagna  di Franco Faggiani (Aboca, 2025).

Fuoriuscite 3

Parto dal primo. Davide Sapienza, scrittore, giornalista, esploratore e traduttore (anche del grande Jack London), in questo suo saggio, frutto di una sedimentazione di anni di cammini e ricerche, perfeziona la sua visione del mondo-Natura facendo un passo indietro rispetto alla sua posizione in teoria “naturale” di autore. Del resto, fin da La musica della neve (Ediciclo, 2011 e 2021) e da La valle di Ognidove (Lubrina, 2022) – per citare due delle sue opere precedenti – questa scelta filosofica era già emersa con chiarezza. Protagonista è il mondo, ovvero appunto la Natura, davanti alla quale l’osservatore si fa piccolo, o meglio comprende di essere soltanto una parte di questo infinito Holos in cui tutto – come ci insegna il recentissimo Sull’uguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli (Adelphi, 2025) – è interconnesso e si definisce in un complesso gioco di interazioni. Quello che Davide Sapienza però qui evidenzia con ancor maggiore chiarezza è come, fuoriuscendo della trappola dell’Io, l’osservatore riesca a sintonizzarsi con una sorta di mappa implicita nei luoghi del mondo: una dimensione sottile, fatta di vibrazioni pervasive e penetranti, capace di informare, allertare e suggerire senza il bisogno di cartelli segnaletici o applicazioni informative. La Natura, insomma, parla, e si rivela in questa sua silenziosa eloquenza particolarmente quando si è perso qualunque altro punto di riferimento e si ha la sensazione di essersi smarriti. Certo, è una condizione da vivere con preparazione e senza correre stupidi rischi, ma con la coscienza di non essere mai soli. Spunta allora una consapevolezza ancestrale, radicata nella memoria energetica degli ambienti, che sa prenderci per mano e condurci. Geopoeta, nelle terre della percezione è ricco di aneddoti, di riflessioni filosofiche e di rimandi bibliografici – su tutti, quello all’opera del grande landscape writer statunitense Barry Lopez (1945-2020), amico di Davide Sapienza –, che ne fanno un itinerario capace di spingerci fuori dalle nostre prospettive consuete, e al contempo dentro, nell’anima più profonda dei semplici ma abissali misteri della Natura.

Fuoriuscite 4

Vengo così a Verso la libertà con un bagaglio leggero, opera anch’essa “in cammino” di Franco Faggiani, esperto giornalista ed escursionista nonché prolifico autore di testi sul tema dell’esplorazione dei luoghi a piedi. Anche in questo libro – che potrei definire una via di mezzo tra un diario e un saggio ricco di episodi di vita vissuta durante vari cammini (per lo più nell’Italia settentrionale) e di storie legate ai luoghi evocati – scendiamo nell’incanto della Natura, con una sensibilità attenta a ciò che gli ambienti hanno da dirci e ad alcuni accorgimenti che è bene adottare quando si cammina in determinate condizioni (per esempio, nel caso di un cammino notturno). Si parla anche di percorsi urbani, ma in ogni caso il percorso si dipana principalmente in mezzo alla Natura. Faggiani ci suggerisce di viaggiare senza sovraccaricarci, né materialmente né mentalmente, ché il cammino poi provvede a dare le risposte che servono, e contribuisce a sua volta a ricondurci a ciò che è veramente essenziale. Ci dice che “i grandi camminatori che ho incontrato (…) li ho sempre visti con indosso gli abiti di tutti i giorni, scarpe robuste e cappello in testa, buono per il sole e per la pioggia” (p. 36). E ci suggestiona non solo con racconti di vita legati a personaggi incontrati lungo la strada, ma con un ricco campionario di sue splendide foto, oltre che, anche lui, con appropriate citazioni di grandi autori cultori della Natura e del cammino, come l’americano David Henry Thoreau (1817-1862), che sosteneva che il cammino, alternandosi alle lezioni, poteva contribuire decisivamente alla formazione degli studenti. E ribadisce l’importanza del sapersi “perdere”, nel senso che conoscere tutto a menadito toglie quella misura di incanto nella quale è la Natura stessa a parlare e a suggerirci spunti e risposte spesso determinanti.

Fuoriuscite 5

Passo adesso a una fuoriuscita densa di tante allusioni, non solo al cammino, ma alla vita in genere, soprattutto a quella professionale. Mi riferisco a Radure. Dimettersi, guadagnare tempo, ricominciare di Paolo Ciampi (Jimenez, 2025), un libro snello ma intenso, nel quale lo scrittore, viaggiatore e giornalista fiorentino parte dall’esigenza intima di saper dire “Basta”, quando le richieste di collaborazione diventano assillanti e tolgono il piacere di fare ciò che si ama davvero, o anche semplicemente di oziare – perché l’ozio può essere fonte di ottime idee. Così, prendendo spunto dalla splendida citazione di Fernando Pessoa in epigrafe (“Cogli i fiori ma lasciali cadere appena li hai guardati. / Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso”), parte per un percorso di riflessioni su personaggi del mondo politico, scientifico e culturale che, a un certo punto della loro vita, hanno saputo fare un passo indietro per dedicarsi ad altro. Come Winston Churchill, che si dimise dal suo secondo mandato come primo ministro del Regno Unito nel 1955 facendo con indice e medio il segno “V” della vittoria, a Richard Nixon, che non poté fare a meno di dimettersi da presidente degli Stati Uniti nel 1974 a seguito dello scandalo del Watergate, senza dimenticare i nostri presidenti della Repubblica Giovanni Leone e Francesco Cossiga, usciti dal Quirinale successivamente a periodi turbolenti. Poi, però, ecco spiccare la figura umile e grandiosa di Pietro da Morrone, asceta che fu scelto come papa (Celestino V) senza che lo volesse veramente, e che nel 1294, dopo pochi mesi di pontificato, scelse di lasciare una vita di intrighi politici che proprio non era in sintonia con le esigenze della sua anima – scelta poi compiuta nel 2013 anche da Benedetto XVI, su cui pure il libro si sofferma. Ma, ancor prima, ecco l’imperatore romano Diocleziano, che, dopo aver diviso i territori imperiali in quattro parti (la famosa Tetrarchia), decise di abdicare nell’anno 305 per ritirarsi nella sua Dalmazia, in quel palazzo che oggi costituisce il centro storico di Spalato, e non volle più tornare su quel passo definitivo. Ma poi, in questa leggera e suadente autofiction frammista ad aneddoti della vita dello stesso Paolo Ciampi, ecco emergere anche figure meno note ma molto significative, come Luke Howard, farmacista e meteorologo inglese al quale – e alla cui propensione a starsene disteso sui prati dei parchi londinesi a guardare il cielo – si deve la moderna classificazione delle nuvole; e ancora, George Perkins Marsh, primo ambasciatore degli Stati Uniti nel Regno d’Italia, che visse a Firenze al tempo in cui era capitale, e che però ha lasciato un segno nella storia (come già ricordato nel precedente libro di Ciampi L’ambasciatore delle foreste, edito da Arkadia nel 2018) come padre della moderna ecologia (non a caso, scelse di trascorrere i suoi ultimi anni nella foresta di Vallombrosa). Per concludere con degli splendidi versi di Basho, poeta e monaco giapponese vissuto nel XVII secolo, amante del cammino e insofferente all’eccessiva attenzione a lui rivolta. Tanto da avere scritto delle proprie poesie “Consideratele farneticazioni di un ubriaco, vaneggiamenti di chi dorme, concedete loro un orecchio distratto”. Perfetta sintesi di un’esigenza di vita colta nell’attimo stesso della contemplazione, per poi continuare ad andare. “A mia volta sono stato tentato dal vento che sposta le nubi”, come pure ebbe a scrivere.

Fuoriuscite 6

Rimanendo in ambito poetico (e in una sensibilità poetica molto vicina a quella orientale, meditativa ed essenziale spesso anche nelle forme), la nuova fuoriuscita di questa mia rassegna è quella della silloge di versi della poetessa e cantautrice toscana Sara Bini, D’inCanti diVersi (Transeuropa, 2025). Di Sara avevo già recensito altri lavori, e in particolare Cristalli (Interno Libri, 2024), raccolta di poesie imperniata appunto sulle forme poetiche giapponesi, l’haiku e il tanka, e Ultrafania (Delta 3 Edizioni, 2022), legata a una molteplicità di suggestioni musicali (soprattutto la ballata e alla passacaglia). In questo nuovo libro le ritroviamo, ma come concentrate e “visceralizzate”, divenendo capaci di spalancare squarci di mondo esterno/interno vertiginosi e inaspettati, che sono allo stesso tempo fughe e precipizi, ma connotati in ogni istante da un’ineludibile vocazione contemplativa. Come in Casa d’infanzia:

Di un risveglio altrove,
luce silenziosa.
Spiove il dolore
tremore di pace

È casa qui:
tra le persiane, un casolare.
È casa la radice
che si schiude in
quiete

(p. 6)

Il qui e il si fondono in un nucleo di spazio iperprofondo, eppure capace di dischiudere uno scenario di serenità che si estende al di là dell’orizzonte della sofferenza. Il desiderio di fuga e la necessità di permanenza, la consuetudine odiata ma in grado di secernere un succo quintessenziale, sprigionando un’inattesa rinascita. Ed ecco, ancora – quasi in un’eco (casuale ma non accidentale, perché sincronicistica) dei temi trattati nel libro di Paolo Ciampi –, Ho deposto me stessa:

Ho deposto me stessa sugli aghi di pino:
era un mattino di marmo e di brezza

Ho deposto la testa
la terra era fresca
la pietra scortecciata e la smania
estinta
in un’ampolla
declino, m’inchino
e basta

Ho deposto me stessa perché ne ero
Stanca

(p. 8)

È una resa che non significa arrendersi. Significa appunto fuoriuscire, rinunciare alle trappole mentali, ai tranelli indotti dalle considerazioni del mondo e dalle nostre in risposta ad esso. Fare un passo indietro, anzi il passo indietro decisivo rispetto al dualismo, alla mentalità della contrapposizione. Tornare dentro giacendo inerti nel fuori. Inerti ma non morti; svuotati, semmai, ovvero scarichi di inutili aspettative e autoimposizioni. Il che non toglie il dolore, ma contribuisce a sublimarlo. Come in Immortale:

Tintinna di pioggia la ringhiera
in un giugno di ruggine grigia

Indecisa
se prendere o lasciare
inciampo

Si sa:
è stata persa
la partita e
tra le dita

l’eternità, nel frattempo
va in scheggia
di pianto

(p. 13)

C’è qualcosa di sublime anche in senso burkiano, in questi versi (ricordando il compianto amico Prof. Giuseppe Panella); una misura di visceralità perturbante, ma capace, come appunto le fuoriuscite dai percorsi interiori più angoscianti, di svelare lo spiraglio di una soluzione definitiva e liberante (ripensando alla chiusa dell’Inferno  dantesco “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, canto XXXIII, v. 139). Che significa essere passati attraverso l’Ombra e averla disciolta in un lago di luce.

Fuoriuscite 7

Ecco, proprio all’attraversamento dell’Ombra e alle minacce del pensiero autoreferenziale – e in primis a quella della paura del male – è dedicata la raccolta di racconti Il grande buio di Enrico Macioci (Neo Edizioni, 2025), che unisce diversi testi paradossali, a metà tra l’horror à la Edgar Allan Poe e il romanzo d’investigazione, dove da spunti apparentemente secondari, dettagli dell’ambiente, intonazioni della voce, tratti fisici e altro, sgorgano percorsi di memoria e di angoscia, che a volte sfociano in scene raccapriccianti come sanno esserlo gli incubi che ti prendono alla gola, ma altre viaggiano sulle frequenze di una suspence più sottile, quasi hitchcockiana, arricchita anche dall’amore dell’autore per i romanzi di Stephen King. Non entro nel merito delle singole trame, perché trattandosi di racconti brevi – tranne il penultimo, che dà il titolo all’intero libro – rischierei l’effetto-spoiler. Posso però dire che qui trovano espressione condensata temi di spavento e (residuale) sollievo già trattati in alcuni romanzi di Enrico Macioci, come Lettera d’amore allo yeti (Mondadori, 2017) e Tommaso e l’algebra del destino (SEM Libri, 2020), fino al raffinato e spiazzante Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia (TerraRossa, 2022). Ma ne Il grande buio queste improvvise manifestazioni di angoscia, un po’ come ne L’isola dei condannati di Stig Dagerman, diventano oggetto di attenzione specifica, quasi al microscopio, per estrarne tutto il succo velenoso e disperderlo. L’intenzione, cioè, è anche qui catartica, e non c’è la minima traccia di autocompiacimento nello stile dell’autore, come sempre curatissimo e profondamente poetico pur in questa cornice perturbante. Siamo, cioè, in pieno sublime secondo Edmund Burke: la dimensione orrifica che ingenera uno “spurgo” interiore capace di liberare, come si accennava sopra. Ne sono la prova alcuni densi eppure tersi spunti descrittivi, come questo, tributario della sensibilità di Enrico Macioci come poeta (ricordo anche la sua silloge di versi L’abete nel cerchio, edita da Marco Saya nel 2017):

“Nella sera si snodano carrarecce di brace. Il sole è sparito dietro i monti e la luna orna l’incavo di cielo fra due creste, simile a un gioiello sopra un’immensa scollatura. Aleggia un profumo di legno e corolle vizze. Il vento si tuffa sulle foglie cavandone pallide maree. Nei prati si accendono i grilli. Tutto è tristezza senza fine perché tutto sta finendo.”

(p. 169)

È una chiusa amara ma armoniosa, perché non è la percussiva parola “fine” con cui termina L’isola dei condannati, ma uno scenario di “fine in corso” e non ancora conclusa. Come a dire che esiste pur sempre la speranza di una fuoriuscita, che nel capolavoro di Stig Dagerman non residuava se non sotto forma di ricordi e di impressioni di sé lasciate nel mondo. Qui, invece, permane un’ariosità ancora in gioco, capace di generare “pallide maree” che sanno di un’ultima possibilità: quella di abbandonare le ristrettezze del pensiero angoscioso, una volta attraversata l’Ombra, e di uscire alla luce del mondo al di fuori della Caverna platonica.

Fuoriuscite 8

A suggello di questa carrellata di fuorisucite letterarie, un libro diverso da tutti, nato appunto dall’aver detto di no alla Caverna, perché verte proprio sulla messa in discussione delle “false credenze” concernenti le forme delle cose del mondo. Si tratta di un volume spassoso e anarchico come la vocazione della casa editrice che l’ha edito (Edizioni Malamente): Il turbolento catalogo Odrussa. 39 oggetti bislacchi per rompere gli schemi e liberare il buonumore di Carlo Cuppini. Già autore di due ottimi libri per bambini e ragazzi da me recensiti, Il mistero delle meraviglie scomparse (Marcos y Marcos, 2021) e Logout (Marcos y Marcos, 2024), qui lo scrittore urbinate (ma fiorentino di adozione) sviluppa un intelligentissimo discorso tra le immagini – sue le ottime illustrazioni, realizzate durante un periodo di quarantena forzata in epoca Covid – e i testi, snocciolando un campionario di oggetti assurdi (Odrussa è appunto “assurdo” letto al contrario) e “inutili”, come l’Attaccadanni, l’Ascensole e la Poltromba, fino al mio preferito, da sperticato bibliofilo, ovvero l’Immensola. Questi incarnano delle provocazioni al senso di “ordine” che spesso i genitori cercano di inculcare nei bambini, di fatto sradicandoli dal loro naturale bisogno (che è anche una capacità) di pensare e agire fuori dagli schemi, e che, se soffocato, da adulti si traduce in una mentalità schiava delle regole, anche là dove queste non servono e basterebbe il buonsenso unito alla fantasia creativa. Non a caso, il libro è corredato da una prefazione per i bambini e da una postfazione per gli adulti, dove l’eredità del periodo pandemico (e dei suoi eccessi discriminatori e punitivi) emerge con chiarezza, e la voce autore dell’attivista Carlo Cuppini (che considero anche per questo amico e compagno di lotta di impegno civile), dichiara:

“Lo confesso: fuori di casa le cose stavano prendendo una piega che non mi piaceva. Le persone venivano trattate come criminali, colpevoli di tutto fino a prova contraria. Sembrava che ci prendessero gusto a inventare capri espiatori, a creare divisioni sociali. E dentro casa? Dentro casa la pentola a pressione fischiava. Io avrei voluto che si mettesse a ridere a crepapelle, che urlasse di gioia o di angoscia, che facesse le capriole… Qualcosa di inatteso, assurdo, straordinario.
Tutti quegli oggetti dicevano che le cose dovevano stare al posto che era stato loro assegnato; che tutto sarebbe andato avanti così come era sempre stato; che nessuno sforzo di immaginazione sarebbe mai valso a qualcosa.
E non è che fosse colpa della pandemia o della sua esuberante gestione: la pandemia stava soltanto rivelando nel modo più chiaro che la voglia di cambiare le cose – dal basso, insieme, smontando le costruzioni auto-giustificatorie del potere, dando spazio a relazioni, metodi e scopi umani – ci aveva abbandonati.

Poi è successo: una lettera si è inceppata, è caduta, un’altra ha preso il suo posto e…
Che succede?!
Il termometro era diventato un “vermometro”!”

(p. 105)

Ecco la provocazione dell’ironia e della comicità, che diventano strumenti per stimolare la fantasia non solo dei più piccoli, ma di tutti noi. È un altro effetto catartico, che stavolta non passa attraverso l’Ombra, ma attraverso la deflagrante forza della risata come atto di ribellione all’ingiustizia e alla rigidità del pensiero. E come produttiva fuoriuscita verso nuovi e fecondi orizzonti.

Giovanni Agnoloni
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