PLAYLIST DELLO SCRITTORE-TRADUTTORE
Come dicevo l’altro giorno – per citare mio padre -, col nuovo anno “si prospetta un gran movimento” in punto di scrittura e traduzioni. E quando si tratta di fare afterhour a scrivere, tradurre e revisionare, la musica è un grande aiuto alla concentrazione e alla fluidità del lavoro, oltre che, semplicemente, una splendida compagnia. E allora eccovi qui servita una possibile playlist, utilizzabile dai colleghi ma anche da chi svolge altre attività al computer o comunque in casa.

Negli anni ho attraversato varie ondate d’interesse per determinati generi e artisti musicali. Alcuni di questi, poi, si sono consolidati nel tempo, diventando anche per me (o a volte, magari, solo per me), degli evergreen. Le mie prime “fisse” sono state per nomi universali come quelli dei Beatles, intesi tanto come gruppo quanto come i singoli membri del quartetto nelle loro carriere da solisti – a tal punto che loro e le loro canzoni ricorrono in tutti gli “atti” della mia tetralogia distopica Internet. Cronache della fine, e saranno pure citati nel mio diario di viaggio filosofico in uscita a fine febbraio con Ediciclo. In particolare, un pezzo che in realtà è un frammento di un jingle formato da tre, ovvero Golden Slumbers e che, chissà perché (magari per via della mia insonnia latente), per me è diventato una specie di mantra incoraggiante. Oltre a infiniti altri, con una particolare predilezione per la produzione di George Harrison (e soprattutto per While my Guitar Gently Weeps).
Poi, tra gli altri, nella mia playlist ci sono stati (e ci sono ancora) i Pink Floyd, che con la loro musica evocano spazi cosmici e profondità metafisiche consonanti col retrogusto connettivista di buona parte della mia produzione narrativa (anche quella di stampo schiettamente realistico, per esempio il romanzo Viale dei silenzi), creando un ponte ideale con la miglior tradizione classica (penso soprattutto a celeberrime composizioni come Shine on You Crazy Diamond o Echoes). E qui mi aggancio alla fetta di mia formazione musicale che si ricollega agli ottimi ascolti “guidati” dei miei genitori durante l’infanzia, che attingevano da una buona collezioni di vinili disponibili in casa, che spaziavano da Vivaldi a Bach, da Mozart a Gershwin, e dalla musica sinfonica a quella solista. Da qui, probabilmente, anche il mio successivo innamoramento con la chitarra classica e, forse per risonanza o entanglement, l’incontro con l’amico e grande compositore e interprete dello strumento, oltre che mio maestro, Ganesh Del Vescovo, la cui musica ha per l’appunto le risonanze metafisiche cui accennavo sopra – non a caso, tra i suoi pezzi che ascolto più spesso ci sono Vritti e Antar Mouna).
Poi c’è stata e c’è ancora tutta quella parte di produzione musicale anni ’80-’90 che galleggia tra il dream pop e l’ethereal wave, con gruppi come i Cocteau Twins (e in particolare la cantante Elizabeth Fraser) e gli Slowdive, che hanno accompagnato tante mie nottate di traduzione; e, in tempi più recenti, quelli che considero dei loro epigoni, sia pur originali, come gli islandesi Sigur Rós e, negli ultimi dieci anni, gli inglesi Daughter. Insieme a loro, alcuni protagonisti della scena trip hop, su tutte le band originarie di Bristol dei Massive Attack e i Portishead.
Impossibile non sottolineare come tutto questo risuoni con certa mia propensione per l’immaginario Cyberpunk e con gli scenari di quel capolavoro assoluto della storia del cinema che è Blade Runner, che ho rivisto proprio la notte di San Silvestro. Non a caso, la colonna sonora di Vangelis è un altro dei miei “pezzi di lavoro” irrinunciabili.
Uno degli aspetti di cui tener conto, mentre si lavora, è la concentrazione. In determinati momenti, perciò, per la mia playlist prediligo la musica strumentale perché devo rileggere un mio testo o una mia traduzione, fatta appunto di parole che devono essere le uniche protagoniste del mio “orizzonte verbale”. Invece, nel corso di una traduzione (o della battitura di un testo precedentemente scritto a mano, come faccio quasi sempre), ascoltare una canzone mi dà il giusto slancio. E, naturalmente, in certi momenti preferisco pezzi più intimistici, mentre in altri quello che ci vuole è una canzone allegra.
Infine, ci sono fasi in cui l’unica musica necessaria è il silenzio. Perché, signore e signori, rendiamoci conto di una cosa: noi passiamo tanta parte della nostra vita a cercare di riempire il vuoto con il pieno, mentre è proprio del vuoto che abbiamo bisogno per sentire le voci interiori da cui scaturiscono le ispirazioni artistiche, le intuizioni scientifiche e filosofiche e i contatti più risonanti con la sfera dello spirito, che è come dire del campo di fondo che forma il cosmo intero, ovvero la forma-relazione (o “informazione”) – il “Verbo” che (con Giovanni Evangelista) “in principio era” – e che in sostanza è Dio.