Cristiano? Non merita risponderti

CRISTIANO? NON MERITA RISPONDERTI

Non avrei mai pensato che risuccedesse, ma è risuccesso. O meglio, è successo, perché proprio così non mi era mai capitato. Bannare qualcuno non mi fa mai piacere, ma dal tempo della pandemia e dell’inizio della guerra in Ucraina ho deciso di applicare la tolleranza-zero rispetto alle forme (appunto) di intolleranza e mancanza di rispetto verso le opinioni e le convinzioni divergenti da certo “mainstream”.

Inoltre, se mi seguite da un po’, sapete che parlo spesso di tematiche filosofico-spirituali, evidenziandone molteplici connessioni con la sfera psicologica e olistica e con il dominio della fisica quantistica. È stato ed è ancora l’oggetto precipuo dei miei interessi di saggista, nella fase che è andata dalla pandemia in poi (da qui è nato il mio saggio Voci oltre il buio, che spero di pubblicare presto).

Cristiano
Il tratto di Via Pisana (a Firenze) nei pressi del vecchi ponte sul torrente Greve, dove si trova la mia parrocchia, San Lorenzo a Ponte a Greve (foto mia)

In tutti questi miei scritti e anche in sede pubblica (se capita), non nascondo mai, anzi dichiaro – e non per il gusto di sbandierare, ma per il diritto di non omettere e di esercitare la propria libertà di pensiero (e di fede) – il fatto di essere cristiano (nella fattispecie, cattolico) praticante. Il che non fa di me un bigotto, un baciapile o peggio ancora un complice di certe schifezze di cui numerosi membri della Chiesa, in specie in Vaticano, si sono resi colpevoli nella storia anche recente. Tanto che ho tradotto un paio di saggi su questi argomenti, ho sempre solidarizzato (anche con un’intervista al fratello Pietro) con la famiglia di Emanuela Orlandi, e critico apertamente lo stesso pontefice (di cui peraltro sono traduttore) per il silenzio e la chiusura sul tema, dopo l’iniziale apertura manifestata.

Ma se c’è una cosa che non sopporto è essere discriminato, o peggio ancora “pisciato”, come si dice in gergo giovanilistico, ovvero snobbato, venendo piantato nel bel mezzo di una prolungata conversazione e non più cercato per giorni – per aver menzionato il fatto di andare a messa la domenica (e semplicemente allo scopo di definire un orario per incontrarsi). Già non tollero in sé la circostanza che non si risponda a un messaggio, cosa che equiparo a un mancato saluto in risposta a un mio primo saluto (lo sopporto solo quando so che l’altra persona è impegnatissima, e certamente non è questo il caso presente). Ma addirittura essere schivato (o schifato) per la mia fede, tra l’altro (ri)conquistata dopo un lungo periodo di agnosticismo se non di vero e proprio ateismo, non esiste sulla faccia della terra.

Parlo e mi confronto con tutti, indipendentemente dalle loro idee, e perfino con chi durante la pandemia stava con chi accettava passivamente o perfino plaudiva alle discriminazioni del GP e alla follia dei lockdown di mesi e mesi e del regime di rigore estremo imposto ai bambini nelle scuole, mentre c’erano ristoratori disperati che si suicidavano, famiglie che stentavano a tirare avanti economicamente e si disgregavano, e piccoli in età scolare che si abbandonavano all’autolesionsmo ed altre psicopatologie, stressati com’erano per la situazione. Parlo con gente di destra, di centro e di sinistra, di qualunque fede o senza nessuna fede, etero-, omo- e bisessuale, europea, africana, asiatica o perfino di Plutone, se dovessero passare dal nostro pianeta, e non la considero una concessione, ma una cosa giusta e naturale.

Ma poi dovrei accettare con un sorriso il fatto che qualcuno mi pianti in asso perché vado in chiesa la domenica. No, questo proprio no. Anche perché scommetto che, se fossi musulmano e dicessi che vado alla moschea, il rispetto lo avrei. Invece in un certo milieu si pensa che un cristiano sia una specie di sottosviluppato, un fissato che crede alle favole, un soggetto su cui ironizzare e in definitiva da evitare (al netto di certo pensiero bigotto e oscurantisca che purtroppo alligna in ambienti di sacrestia, e che sono il primo a criticare).

Ecco, di questo sono stufo. E attenzione: la mia non è una rappresaglia. Anzi, è un fuggire dall’istinto di mandare affanculo, che ci sarebbe. È un “porgere l’altra guancia” nel senso di girarmi da un’altra parte e guardare altrove, perché in anni di percorsi terapeutici e meditativi ho compreso che il dualismo, la contrapposizione rissosa, non porta a niente. Il mio è solo, per rifarmi al Vangelo di Marco, uno “scuotere la polvere da sotto i piedi” e procedere oltre.

Giovanni Agnoloni
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