Oggi, inizio di una tre giorni di “pellegrinaggio laico” montalbaniano, o meglio camilleriano, iniziato in effetti l’altra sera a Porto Empedocle e che adesso, dopo il passaggio da Gela e l’ottima presentazione al “Civico 111” de La prossima notte (Transeuropa) e Le rivelazioni del viaggio (Ediciclo Editore) (con il giornalista Domenico Russello e la Prof.ssa Lina Orlando dell’omonima libreria) – a breve le foto –, arriva a Punta Secca, la Marinella delle riprese della fiction de “Il Commissario Montalbano” (che nella creazione letteraria di Andrea Camilleri sarebbe giusto accanto a Porto Empedocle, la “vera” Vigata).
La casa di Montalbano a Punta Secca (la Marinella della fiction televisiva)
Qui, al netto del gran numero di turisti (in realtà molto tranquilli ed educati), si respira la Sicilia mitica, quella che ho sempre sentito trasparire (consapevole sinestesia) dietro le pagine e le riprese dedicate al celeberrimo investigatore Salvo Montalbano. Ed è una cosa su ieri mattina, guidando, riflettevo con mia madre: la Sicilia – me l’ha fatto notare lei, ma sono pienamente d’accordo – resetta, riporta al livello zero (in senso buono), tirando una riga sul passato e facendo ripartire da qualcosa di nuovo.
Viaggio al monte analogo (sottotitolo: Monte Cocuzzo. La montagna-arca), dell’antropologo ed etnologo Mauro Francesco Minervino, è un libro che nasce e si sviluppa come una sintesi ponderata di esplorazione geografica e culturale, ricerca interiore e declinazione di impressioni poetiche attinte da un territorio speciale. Si tratta appunto del Monte Cocuzzo, cima di oltre 1500 metri situata nella provincia di Cosenza, in prossimità della costa tirrenica. Formata da rocce dolomitiche, costituisce una delle ultime propaggini dell’Appennino al Sud e rappresenta per l’autore un luogo “totemico”, con un magnetismo e una ricchezza di suggestioni che non riesce a trovare in nessun altro ambiente – tanto che lo paragona alla montagna Sainte-Victoire (in Francia, nei pressi di Aix-en-Provence), capace di ispirare profondamente il pittore Paul Cézanne, che la ritrasse molteplici volte.
Il suo stesso nome è carico di risonanze suggestive: Cacutium in latino, dal greco kakós kytos, “pietra cattiva”, «cava o cavità malvagia», come Minervino spiega (p. 29), con una radice sanscrita ancor più remota che lo accomuna etimologicamente al Caucaso. La sua forma puntuta, l’asprezza ma anche la grande apertura di orizzonti dei suoi sentieri e tutto il bagaglio di storie e tradizioni che vi ruotano attorno lo rendono per lui una meta irrinunciabile, capace di toccare le corde del ricordo e della nostalgia – molto bello il capitolo dedicato allo straordinario pane che, quando era piccolo, veniva ancora fatto da queste parti – ma anche quelle dell’interesse storico e antropologico – interessante in particolare il capitolo dedicato a una figura molto popolare in questa zona: quella di Giufà (o Schijuà), «il finto sciocco, il vagabondo nomade e girovago che riesce a proporsi per l’arguzia, l’originalità delle soluzioni, e per la comicità che scaturisce dal suo strano agire» (p. 54). L’autore illustra le analogie con altri simili archetipi del folklore di popoli mediterranei e non, come, tra gli altri, Giuvà in parte della Sicilia, Dxuhai in Albania, Hodja in Anatolia, Giuccà in Toscana, oppure, cambiando nome, Meneghino a Bologna, Juan el tonto in Spagna e, andando verso il Nord Europa, Der dumme Hans in Germania.
Sono anni che lavoro nel mondo di fuori e in quello di dentro, scrivendo, traducendo e approfondendo i miei percorsi meditativi e spirituali anche in sede di terapie olistiche. E, credetemi, è un lavoro diuturno, che mi impegna spesso anche nel sonno – e i cui esiti sto raccogliendo e raccontando nel mio saggio narrativo in corso di stesura Voci oltre il buio.
Uno scorcio praghese da me fotografato a fine aprile 2024
Alla fine, è buffo ma anche confortante rendersi conto che si riduce tutto a poche, semplici illuminazioni, come quelle che ho avuto negli ultimi giorni (e notti, ché la notte per me è sempre un momento cruciale). Non so che cosa mi abbia sbloccato, oltre al lavoro di cui sopra, che di solito va “a strappi” e fa emergere le risposte dapprima col contagocce, e poi, all’improvviso, con bruschi scrosci di rubinetto portano via qualunque incrostazione. Forse l’approfondimento (in vista degli eventi in programma a Firenze e a Marina di Pisa) della letteratura di Luciano Bianciardi, autore che sento molto affine a me per sensibilità, spirito critico e amore per la prosa semplice ma densa – oltre che per l’affetto per la Maremma, terra a cui sono legato anche per”ascendenza” materna (dato che mia madre ci fece le scuole medie e ebbe anche occasione di incrociare Bianciardi alla Biblioteca Chelliana di Grosseto). Non a caso, ho citato il grande autore anche nella mia recensione del bel romanzo di Donatella SassoPiazza della Vittoria(Golem Edizioni, 2023), uscita ieri sul blog La Poesia e lo Spirito, dove ho sottolineato:
“Per questi tratti quasi “neorealistici”, sia pur trasfusi nella nostra epoca, Piazza della Vittoria mi ha ricordato la grande tradizione italiana, che, diversamente da quanto qualche critico ha recentemente sostenuto, non è propria soprattutto del racconto, ma anche del romanzo, sia fatto di trama, sia di contenuti e atmosfere. Tradizione che ancor oggi – almeno qualche volta, come senz’altro in questo caso – sa proporre narrazioni dense di una pastosa linearità sul piano tanto stilistico quanto drammatico, tale da rendere con vividezza la noia e le speranze, le interessanti prospettive e i sostanziali tradimenti della società odierna, non meno bastarda di quella degli anni del Boom nel rivoltare in faccia a coloro che le avevano nutrite le speranze di una vita migliore. Finché non succede qualcosa per cui, se non soccombono, reagiscono. E Martina, la protagonista, il cui nome emerge in una fase avanzata del romanzo, è tra quelli che reagiscono. Anche perché, diversamente da celebri immigrati (sia pur interni) degli anni ’60, come il Luciano omonimo di Bianciardi ne La vita agra, viene aiutata da qualcuno che le fa scorgere una possibile luce. E sceglie di seguirla.”