Le inattese illuminazioni del traduttore

Traduttore
Foto scattata al tavolo del salone della residenza letteraria danese Hald Hovedgaard (da Victoria Cáceres)

Alcuni momenti dell’attività di traduttore sono esattamente come quelli da cui scaturiscono le migliori idee letterarie. Si prova un’intuizione potente, lacerante, come una nota musicale suonata con la timbrica giusta, quella che veicola precisamente la vibrazione che “doveva” arrivare.
Credo che alla radice di tutto ci sia il suono, che è quintessenzialmente energia. E Einstein ci insegna che l’energia è (in) tutto ciò che ha una consistenza materiale (E=mC²). Dunque, trovare il suono-parola “giusto” serve precisamente a evocare le cose, a farcele toccare e sentire realmente. A farle esistere.

In questo, del resto, credeva fermamente anche Tolkien, memore della lezione di un altro Inkling, Owen Barfield.
Oggi una di queste esperienze sinestesiche mi è capitata ascoltando un pezzo del primo album dei Cranberries mentre traducevo un romanzo di ambientazione medievale e pensavo alla ritmica che voglio imprimere nel mio nuovo romanzo, di ambientazione (contemporanea) fiorentina e irlandese. Per un attimo, tutto è stato lampante e sorprendentemente unitario. Suono-parola-testo. E avrebbe potuto essere in qualunque lingua.
Ubiquo, eppure sorprendentemente qui.

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