INTERVISTA A BRUCE STERLING: IL CYBERPUNK, IL CONNETTIVISMO, L’ITALIA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Ho avuto il piacere di intervistare Bruce Sterling in occasione della NeXT-Fest, il primo festival interamente dedicato al Connettivismo, tenutosi a Roma dal 26 al 28 ottobre 2012. È stato molto interessante conversare con il gentilissimo scrittore americano, tra i padri fondatori della letteratura cyberpunk (fu il curatore della raccolta di racconti Mirrorshades, che raccoglieva contributi degli autori protagonisti di questa grande esperienza di letteratura fantascientifica). Ne sono emersi aspetti inerenti non solo alla sua opera di narratore, ma anche alla sua attività di blogger, al Connettivismo (che segue da sempre con grande attenzione) e all’Italia, dove, sia pur viaggiando molto per il mondo, trascorre parte del suo tempo.

Bruce Sterling (da Wikipedia)

– Che cosa la affascina, nel mondo di oggi? Che cosa la fa pensare e immaginare?

Mi piace lavorare al mio blog e dedicarmi agli argomenti che normalmente seguo sulle sue pagine. Tendono a cambiare, nel tempo, perché sono un “dilettante”, e dopo un po’ perdo interesse per le cose. A volte però le riprendo in seguito. Ma di solito ho un insieme di interessi mutevoli, che nella mia mente sono vagamente interconnessi. Così, al momento sul blog ho diverse categorie, una delle quali si chiama “Design Fiction”, e riguarda soluzioni speculative di design e design industriale, e servizi che ancora non esistono. È una cosa che attualmente trovo esaltante, e credo che sia un settore molto “caldo”. È un ambito in cui conosco un sacco di persone, e ho una certa familiarità con il loro modo di pensare. Ho la sensazione che sia una realtà destinata a crescere. Non si tratta di un “genere”, e in definitiva nemmeno di design, ma è come una nuova forma di attivismo. Poi mi occupo pure di “Architecture Fiction”, che riguarda forme di costruzioni particolarmente immaginative, città del futuro e così via… E quindi c’è una categoria che si chiama Tech Art, che riguarda persone che praticano l’arte elettronica e l’arte in rete o realizzata mediante dispositivi elettronici.

Ci sono poi varie altre cose che sono molto interessanti. Siamo veramente nell’età dell’oro dell’“arte tecnologica”. Ci sono più installazioni e proiezioni, mappature, esempi di “realtà aumentata”, arte in rete e interventi di altro tipo di quanti ne siano mai esistiti, e credo che la loro qualità stia migliorando, diventando meno “amatoriale”. Anche il loro pubblico si sta espandendo: è una scena in via di sviluppo. Ma ho pure qualche altra sezione, come quella sui “Dead Media”, dove studio non le nuove tecnologie, ma quelle obsolete o che stanno scomparendo… come il sistema tele-text britannico, per la BBC. Sono in pochi a conoscerle, ma credo che si tratti di una parte importante della comprensione del futuro: non le nuove cose che succedono, ma quelle vecchie che finiscono. Bisogna essere consapevoli delle assenze, oltre che delle novità. E poi ci sono altri articoli che via via pubblico, come – di tanto in tanto – frammenti dei miei viaggi, cose che ho imparato in Europa, in Brasile o in Canada… oltre a una sezione piuttosto ricca sulla “realtà aumentata”.

Bruce Sterling e i connettivisti alla NeXT-Fest (foto di Eleonora Mastrorilli)

– Questo convegno è focalizzato sul Connettivismo, movimento letterario originariamente di fantascienza. Che cosa pensa che possa aggiungere allo scenario internazionale della fantascienza e della letteratura in genere?

Sono piuttosto addentro ai movimenti di fantascienza, e credo che abbiano una ragion d’essere, ma, vedi, credo che servano tre cose: mezzi, motivazione e opportunità. Bisogna avere la capacità di scrivere qualcosa e la volontà di farlo; poi bisogna avere il modo di pubblicizzarlo, in modo da raggiungere il pubblico. È difficile dire che cosa si deve fare, che potrà catturare l’attenzione del pubblico o che ispirerà la gente, ma in genere, quando questi movimenti sono “in salute”, affondano radici piuttosto profonde in uno scenario ben preciso. Può anche trattarsi di un gruppo sparuto di scrittori, ma dietro devono esserci migliaia, o magari centinaia di persone che condividono una forma di sensibilità culturale e contribuiscono – consapevolmente o meno – a ciò che dicono quelle poche persone. Di solito un movimento si esaurisce, dopo un certo periodo storico, e forse uno o due dei suoi membri saranno ricordati e diventeranno in qualche modo famosi, mentre gli altri saranno dimenticati od oscurati. Ma, piuttosto spesso, questi ultimi sono quelli che hanno fatto il vero lavoro… mentre gli autori che conquistano la fama sono come dei brillanti e talentuosi calciatori, come Ronaldinho, che è super-famoso, a confronto con gli altri componenti della sua squadra che lo aiutano a fare gol. Dunque, è difficile dire che cosa, nel vostro gruppo, potrà veicolare dei messaggi con una simile efficacia, ma credo che sia importante, per i membri del movimento, riconoscere che non devono essere troppo incentrati su se stessi, ponendosi domande del tipo: “Sono abbastanza geniale?”. Questo conta molto meno del vostro scenario di riferimento. Se riuscirete a comunicare alla gente che là fuori sta succedendo qualcosa, e a convincerli di questo, allora le cose funzioneranno.


– Tornando alle origini… Quale fu la prima idea che la portò alla concezione della letteratura cyberpunk? Che cosa c’è, dietro Mirrorshades?

Mirrorshades era un gruppo di una dozzina circa di scrittori, che in sostanza condividevano una sensibilità culturale, alcuni più, altri meno… Non c’è stato un momento, come se mi fossi svegliato una mattina e avessi detto: “Accidenti, sono uno scrittore cyberpunk!”. Gli autori cyberpunk normalmente si riferivano a se stessi e al loro lavoro come al “movimento”. Eravamo scrittori di fantascienza, e di fantascienza commerciale, ma cercavamo di aprirci a nuovi territori. Però credo che ci sia stato un momento in cui ho avuto l’impressione che stesse accadendo qualcosa di significativo. Fu quando ricevetti un manoscritto da Vancouver con un racconto inedito di William Gibson, e lo portai al mio gruppo locale di scrittori a Austin, in Texas – un gruppo regionale di scrittura piuttosto affermato, e che al tempo doveva avere più o meno dieci anni: alcuni erano scrittori professionisti, altri dilettanti, ma avevamo delle idee piuttosto buone su ciò che avevamo intenzione di fare in Texas. Così portai quel manoscritto e lo feci girare tra gli altri scrittori. Non sapevo davvero che farne. Ne parlammo insieme, e alcuni ne rimasero entusiasti, mentre altri erano completamente confusi, e non lo capivano, o lo consideravano quasi privo di senso. Perciò pensai che avesse qualcosa di veramente buono. Era diverso, e divideva il pubblico. Era abbastanza innovativo, rispetto a quello che si trovava in giro, per cui non era così facile rendersi conto di che cosa stesse accadendo. Era un fenomeno chiaramente avanguardistico, e insieme la presa di coscienza che c’era qualcosa in atto che andava al di là del nostro gruppo texano, e aveva vaste implicazioni. E credo che quanto è poi successo, fino ad oggi, lo stia a dimostrare. Penso che la storia del cyberpunk sia molto legata al fenomeno dell’emigrazione e del trapiantarsi in altre culture, nonché dello spostamento da piccole realtà regionali verso scenari più ampi. E questo si riflette molto nello stile. Il tipico romanzo cyberpunk comincia a Toronto per poi trasferirsi in Giappone, e il capitolo 3 è ambientato in Cina, e il 4 a Mosca… Allora questo tipo di sensibilità (oggi piuttosto comune) era piuttosto insolito.

– Dunque, parlando di viaggi ed esperienze all’estero, e del fatto che lei trascorre parte del suo tempo a Torino… Spesso in Italia ci lamentiamo del fatto che la vita culturale non è tanto vivace… o sostanzialmente “morta”. Lei concorda, sul punto? E che cosa riceve e assorbe dalla realtà italiana? In che misura si sente italiano?

In effetti non mi sento – e non credo che mi sentirò mai – del tutto “italiano”… ma oggi mi sento piuttosto globale. Lavoro più o meno ovunque mi trovi. Si potrebbe pensare che, come emigrato, soffra di nostalgia per il mio paese. Certo, gli scrittori si lamentano piuttosto spesso di aver perso dei legami con le loro culture di origine… Ma io non provo affatto sentimenti simili. Penso di essere “italiano” quanto basta. Ci sono degli aspetti della società italiana che trovo realmente esaltanti e innovativi, come l’arte elettronica – uno scenario molto vivace –, e fenomeni di rete di tipo “2.0”; il design industriale italiano è un’altra realtà dinamica… La politica italiana, per contro, è terribile, ma lo è in un modo alquanto “avanzato”; verrebbe quasi da dire che ci sono persone che si “sforzano”, senza riuscirci, di fare politica male come gli italiani! Certo, è difficile esaltarsi, quando si vive in un periodo con tanti scandali internazionali e una simile depressione economica. Non è certo un’epoca in cui la gente si mette a ballare felice per le strade. Al contrario, le persone sono in crisi, chiuse in se stesse, piene di dubbi e di domande sulla propria esistenza. Ma non direi che non ci sia una cultura attiva: in confronto ad altre realtà, l’Italia è certamente un paese vivo. Certo, non è proprio una “festa” in tutte le sue regioni, ma è pur sempre un luogo che diverte e attira molti stranieri, e dove viene un sacco di persone dal tutto il mondo. È un paese che vive di turismo, e a volte ne muore, come Venezia, visibilmente uccisa da milioni di visitatori… cosa terribile e spaventosa a vedersi, ma decisamente tipica della cultura globale. Penso che parte dei problemi dell’Italia non siano “italiani”. Alcuni sì, ma molti vi vengono pressati addosso da realtà al di fuori delle vostre capacità di controllo: il capitalismo globalizzato, le politiche UE, l’emigrazione, la decadenza economica. Non rimproveratevi troppo!

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