IN MEMORIA DI UN MEDICO DI CAMPAGNA, di Gianluca Bonazzi

L’articolo che segue è di Gianluca Bonazzi, autore di Pensieri viandanti, edito dalla Libreria Editrice La Memoria del Mondo.

IN MEMORIA DI UN MEDICO DI CAMPAGNA, di Gianluca Bonazzi

Desidero ricordare la figura di un uomo che ho avuto la fortuna di conoscere per un breve istante della mia vita, in una circostanza alquanto bizzarra, poco prima che morisse.
Mentre scrivo di getto, a poche ore dalla tragedia, per raccogliere tutte le intime sensazioni avvertite, mi vengono i brividi al pensare come, una volta di più, ciò che vado sostenendo da tempo sia assolutamente vero, nel bene e, in questo caso, nel male.
La vita per ognuno di noi è come un granello di sabbia, che preso nella sua singolarità sembra il nulla, in balia del vento, del caso, della fortuna e della sfortuna, del destino o di che altro, ma presi insieme agli altri formano il tutto della vita, ciò che è senso e significato, assieme.
La sabbia non si guarda mai al singolare, ma al plurale, al molteplice, all’insieme, come la tela, che la vita dispiega nel suo cammino, fatta di tessuto e fili, cioè noi, luoghi, persone, cose e relazioni.
Mi occupo di intrecciare cammino e scrittura a vari livelli e uno dei campi preferiti è quello di svolgere visite guidate nel Museo Bosco delle Cose di Ettore Guatelli, a Ozzano Taro, (Parma).
Domenica 24 ottobre ero di turno al mattino, da solo, sotto un tempo grigio, plumbeo e piovoso. Come da logica, pensavo che difficilmente sarebbe venuto qualcuno e invece di buon mattino si è presentata una persona da sola, con sguardo vivo, attento, ben disposto, oserei ancor meglio un termine che, di questi tempi, la politica ci dice di non usare: accogliente.
Iniziata la visita, già dalle prime parole ho intuito che sarebbe stato qualcosa di arricchente pure per me, tanto che gli ho chiesto spontaneamente, cosa che faccio di rado, che lavoro svolge.
“Son un medico di campagna!” mi ha detto con consapevole orgoglio, riempiendo di curiosità, di romanticismo e di desiderio di saperne di più, la mia immaginazione nei suoi confronti.
Nell’Italia di oggi, che fa della diffidenza un vanto, tra noi c’era un’ apertura all’ascolto reciproco.
Lui si è accorto che le pile della macchina fotografica erano scariche e in un lampo, approfittando del contemporaneo arrivo di alcuni miei amici, è andato alla sua auto, per recuperarne delle nuove.
La visita è stata molto condivisa da tutti, con il mio fiorire di storie, racconti, aneddoti usati come spunti di riflessione sulla trasformazione della società italiana, da contadina ad industriale, tanto che alla fine ho ricevuto vivissimi complimenti, e da lui pure una stretta di mano.
Il giorno dopo, scendendo dalla corriera che mi porta da Fidenza a Parma, vedo davanti all’edicola i titoli dei giornali, dove ne campeggia uno: “Medico di campagna ucciso da una fucilata.”
Non faccio il collegamento, rifiutando l’idea che possa essere lui.
Nel corso del giorno mi cade l’ occhio sulla prima pagina e comincio a sudare freddo.
Vedo la foto, leggo la notizia, lo riconosco, pure per quanto scritto su di lui, ma ho qualche dubbio, quindi ancora spero e per sincerarmene telefono alla famiglia, di cui trovo riferimenti nell’elenco.
Parlo con la figlia e dopo aver fatto le necessarie condoglianze, chiedo: “Scusi, il vostro congiunto
dov’è andato ieri mattina?”.
La risposta, giunta lapidaria e secca come quel colpo di fucile: “Era lui!”, mi lascia basito.
In mezzo a sudori e brividi che tuttora sento, nella pelle e nell’anima, si riverbera in me uno dei 100 pensieri di prossima pubblicazione in forma di taccuino: OGNI CAMMINO INSEGNA L’ALFABETO DEL CASO CHE TESSE LA VITA.
Di fronte allo smarrimento personale e collettivo nella società italiana, per opporsi pure ai farabutti,
oltretutto riveriti, in doppiopetto ed esibiti in tv, che, nel piccolo come nel grande, stanno trasformando il principio ‘vita è bellezza + cammino’ in qualcosa di transgenico, io grido a voce alta: “Ritorniamo ad essere umani, a ricordarci prima di ogni altra cosa (politica, economica, ecc.), che possediamo un’ anima, da quella non si scappa e, prima o poi, tutti devono farci i conti.”
Questo breve scritto lo elevo alla memoria di una persona che ho sentito autenticamente buona, come letto sui giornali e confermato dalla valanga di attestazioni d’affetto, quindi sono stato spinto a farlo per cercare di dare un senso ad un fatto assurdo in sé, ma per me ancora più apparentemente assurdo, vista la straordinaria concatenazione dei fatti.
Ognuno di noi se si pensa da solo e chiuso è nulla, ma se si pensa aperto agli altri è tutto.

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