“Banda randagia”, di Vincenzo Pardini

Recensione di Angelo Ricci (da qui)

Banda randagia, di Vincenzo Pardini (Fandango Libri).

Ci sono abissi nelle nostre anime, dai quali ci si può ritrarre solo con raccapriccio. Ci sono lati oscuri nelle nostre menti, che noi stessi rifiutiamo di vedere. E’ necessario che qualcuno ci prenda per mano e, con il potere della parola, ci ponga di fronte a tutto quel bagaglio di orrore che alberga nella pieghe della nostra vita quotidiana. Come Virgilio con Dante, così Vincenzo Pardini ci guida in un viaggio inquietante. Ed è un viaggio che, da inquietante, diviene lentamente metafora della nostra vita. C’è un messaggio chiaro in questi racconti, tra queste parole. Tutto si tiene, tutto ha una storia, tutto ci costruisce e ci identifica. Anche gli aspetti dell’orrore bestiale che si nasconde in ognuno di noi. Già Fenoglio ci aveva svezzati, nel suo rendere il mondo contadino con le sue violenze e i suoi orrori, senza indulgere in una falsa e stucchevole agiografia. Così Pardini ci riconsegna un mondo che, foriero di incubi, è tuttavia il nostro. E la constatazione che quello è proprio il nostro mondo, rende ancor più orribili e inquietanti i conti che siamo costretti a fare con noi stessi. Banda randagia è una sorta di baedeker dei nostri tempi. Non ci si sconvolga per quello che Pardini racconta. No. Non ci si sconvolga per niente. Quei paesaggi desolati, decomposti e raccapriccianti, quelle personalità in lento, ma inesorabile, disfacimento, quella carnalità sensuale al servizio soltanto di una soddisfazione egoista, quei desideri di morte che albergano nelle pieghe della mente sono semplicemente i nostri. E sono i nostri in quanto soltanto noi possiamo essere, in ogni istante delle nostre vite, vittime e carnefici, senza nemmeno, forse, rendercene conto. Vincenzo Pardini ci ha guardato e ci ha guardato nel profondo. E di noi restituisce un ritratto. Un ritratto terribile. Terribile nella sua veridicità. Ed è un ritratto delle vite e dei paesaggi incancreniti e fatiscenti sullo sfondo dei quali queste vite si trascinano. Ritratto molto simile ad una ricostruzione che sembra quasi mutuare dalla fantascienza (genere che, paradossalmente, si presta egregiamente ad esprimere le contraddizioni della contemporaneità e che si trasfigura in una vera e propria epifania dei suoi elementi psicotici) i suoi caratteri. A quanti di noi non è mai capitato di sentirsi, nel peregrinare quotidiano tra le follie della nostra società malata, come un viandante che si trova in una landa abitata da alieni? Come un Ian Solo abbandonato in una bettola sperduta della galassia, frequentata da esseri mostruosi? La nostra vita è molto lontana dai toni comunque spensierati della Guida galattica per autostoppisti, di Douglas Adams. Leggendo Banda randagia viene in mente una veritiera frase di James Ballard: “Gli alieni siamo noi”. Ma se la fantascienza può venire in soccorso nella comprensione della realtà, se il noir può essere una riserva in cui confinare i nostri deliri, se l’horror può surrogare il nostro bisogno di catarsi, non ci sono strumenti e ausili sufficienti per delimitare il divenire di Banda randagia. Un divenire che ci porta senza sosta a confrontarci con la realtà. Ma è una realtà che sembra perennemente vista attraverso la rifrazione di una lente distorta. Racconto dopo racconto, storia dopo storia tentiamo disperatamente di allontanare quella lente dai nostri occhi. Finché scopriamo, con orrore, ma anche con rassegnazione, che quella lente distorta non esiste. Quella realtà è proprio la nostra realtà. La stiamo vedendo (e vivendo) attraverso i nostri stessi occhi. Non c’è nessuna lente distorta. Questo è il problema.

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