Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese

Recensione di Alberto Pezzini

(già pubblicata su La Poesia e lo Spirito)

Può uno scrittore morto arrivare in sogno ad un altro scrittore ? Può dirgli che la città che ha amato, Marsiglia, gli parlerà di lui ?
Può accadere. Con Stefania Nardini. In Jean Claude Izzo – Storia di un marsigliese (pagg. 175, Perdisa Pop, euro 14,00) si è andati al di là. Dopo averlo sognato sul suo letto di morte, ed averne udito le parole, Stefania Nardini – piena la testa ed il cuore dei suoi libri – ci va. Va nella città che sa il Mediterraneo più di ogni altra. Per due settimane di studio e resistenza alla fascinazione. Ci resta quattro anni. Scopre il figlio di Jean Claude, Sebastien, e da lui prende tutto quello che il padre non aveva fatto in tempo a spargere dentro i suoi libri.
Casino Totale (Total Kheops, E/O 1998), Chourmo. Il cuore di Marsiglia (E/O, 1999), e Solea (E/O 2000) sono i titoli che narrano di Marsiglia in noir. E’ la trilogia gialla più famosa del mondo, più e prima di Stieg Laarsson.
Ambientata nel grembo del mare mediterraneo, dove la luce di Marsiglia ti insegue fino a quando vai a dormire, narrano di Fabio Montale, un ex poliziotto marsigliese, amante del Lagavulin, delle albe in cui si va a pescare soprattutto per sentire il silenzio, e delle amicizie.
In quei libri Izzo avrebbe messo pezzi di una vita dove aveva capito molto poco (a sentire lui) dell’amore e della vita in generale. In realtà, la sua esistenza è stata una prova costante di malinconia e fierezza.
Nato da immigrati napoletani, Izzo si considererà per sempre un rital, un immigrato con il complesso interiore della povertà. Mangiò pasta e pane fino a non sentire quasi più l’acidulo della povertà. Anche se quella coperta se la porterà sempre sopra le spalle.
Fa le scuole tecniche a Marsiglia, ma non per questo tralascia la letteratura, la filosofia e la politica.
Inizia a lavorare da studente in una libreria. Comincia a scrivere i primi articoli. Si sposa giovanissimo con una donna che resterà per sempre al centro della sua vita. Ha un figlio, Sebastien appunto, che gli reggerà la fronte quando vorrà vivere altri amori oltre quello materno. Diventerà un giornalista capace di forare le coscienze individuali con articoli dove la lotta politica era sempre mediata dal rispetto per i diritti umani. Ed aveva una prosa in cui gli occhi andavano da soli. Un dono coltivato con le inchieste sociali, ed un talento per la letteratura a briglie all’aria, senza un briciolo di sconto.
Quando invia – per un buco in una pagina – un racconto ad una rivista, il direttore della Gallimard serie noir si rende conto che quel brano, quel pezzo di luce è un tramonto oppure un’alba collettiva da non perdere per nessuno al mondo. Gli telefona. Izzo sembra quasi diffidente. Non si capacita di una telefonata dove gli si ingiunge quasi di scriverne un romanzo, su quella Marsiglia dove non puoi stare senza diventarne uno schiavo felice, un possidente posseduto.
Scrive, da esordiente, con una mano quasi rarefatta all’inizio e manda quei pezzi della prima storia (Casino totale) al figlio, il quale si rende conto subito di quanto bella fosse e quanto fortunata sarebbe stata.
Quando il libro esce (scritto a Parigi dove Izzo si era trasferito per lavorare come giornalista perché il sud della Francia è patrigno e concede poco ai talenti di fuoco puro), non se ne capacita. Il libro vende, spaura le classifiche, fa morti e feriti. Il fenomeno Izzo è lanciato.
La Nardini. Cosa ha fatto in questo libro d’artista, verde come un ramarro di primavera e studiato in profondità anche nei disegni di una Marsiglia da annusare. Si è trasformata in lui. Stare quattro anni in una città non è stato soltanto perché la si ama. C’è stata perché un fantasma benigno l’ha chiamata. E lei ha risposto. Il risultato è un libro che sembra scritto da Jean Claude, con le stesse pause, e lo stesso stile spezzato, in musica assoluta.
Non indulge in una sola descrizione oleografica né gli concede uno sconto. Izzo era troppo onesto per chiedere anche una sola carezza pietosa. L’avrebbe considerata fuori posto. Centra in pieno i suoi cuori. Quello per le donne, per esempio. Izzo ebbe donne diverse durante la vita. Le amò tutte con la stessa forza, la stessa identica ferocia. Il brutto, lo smarrimento erano quando si innamorava di un’altra. All’ultima donò un anello. Lei capì subito cosa significasse e lo lasciò, senza una parola. Jean Claude chiamò il figlio al telefono, e quando venne da lui stettero in piedi tutta la notte. Pianse.
L’ultima donna della sua vita la volle anche per cercare di superare – con un nuovo amore – un cancro devastante, al quale i suoi romanzi devono forse una sorta di intima percezione della fine come se fosse sempre stata di lì a venire. Una sorta di soffio gelido all’alba.
Quando morì, volle farsi cremare, e le ceneri disperse in mare davanti a Marsiglia.
Stefania Nardini è lievissima nell’ultimo passaggio, dove non tocca l’uomo ma sfiora con le labbra l’anima di colui che non ritorna più. Ma non in sogno.
Questo libro è un sogno a cui nessuno di coloro che amano Izzo potrà – oggi ed in futuro – mai rinunciare.

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